Per diversi anni, quelli dell’infanzia prima e della giovinezza poi, ho esercitato il cuore inseguendo, nell’addormentarmi, un motivo sufficiente al mio risveglio, nel tentativo di riempire la giornata successiva già dalla notte che la precedeva.

All’inizio si trattava quasi sempre di qualcosa di concreto: un quaderno da inaugurare, un abito da indossare per la prima volta… Perché un motivo – questo l’avevo compreso da subito — si colloca oltre la soglia del desiderio, più avanti rispetto al luogo della possibilità.
È una meta ben precisa, un traguardo chiaramente definito. Il problema semmai, o la differenza tra un tipo di motivo piuttosto che un altro, sta nelle quantità di tempo che intercorre tra la sua visibilità e il suo raggiungimento.

In quegli anni, tale precoce necessità la diceva lunga sul mio bisogno di colmare la distanza – o meglio il vuoto – che sapevo esistere tra il termine di qualcosa e l’inizio di un’altra. Ero in più convinta che un motivo, uno solo, ma ogni giorno diverso, fosse sufficiente a chiunque.

Il tempo, da allora, è evidentemente trascorso. Il motivo è così divenuto, più correttamente, l’istanza di un movimento prima, di una molteplicità di movimenti poi, verso pochi e ben precisi traguardi.
Ma se a uno sguardo più attento l’orizzonte si è negli anni ampliato, e molti di quei motivi sono stati raggiunti, quel salto – quel vuoto – lo stesso di allora, e con la medesima necessità urgente di riempirlo, continuai ad avvertirlo a lungo.

Sino a quando le parole scelte per descriverlo sono divenute il motivo stesso, e attraverso di esse si è realizzato, inaspettato, il tanto atteso incontro, quello con il ritmo.  Perché se tutto ha origine là, dove qualcos’altro muore, è in quel piccolo, minuscolo intervallo, che si innesta il viaggio esemplare di ciascuna storia, anche la più ordinaria.
Buona traversata!


 

Natalia