La rappresentazione del cibo e di tutto ciò che lo circonda è molto importante nella storia della pittura.

Le immagini che riguardano il cibo sono numerosissime e diffuse in tutte le civiltà e in ogni epoca, a testimonianza del fatto che il cibo non ha solo un valore dal punto di vista della sopravvivenza materiale, ma anche da quello della vita spirituale e culturale. Basti pensare alle scene di caccia raffigurate nelle pareti delle caverne in età preistorica, con tutte le valenze magiche e religiose che queste comportavano, per capire come l’immagine del cibo e dei riti che lo coinvolgono è sempre carico di aspetti simbolici e culturali.
Per meglio “leggere” le opere d’arte, bisogna sempre tenere a mente che le immagini, artistiche e non, avevano nel passato un significato simbolico, che faceva riferimento ad un sistema di valori etici e religiosi molto sentiti. La difficoltà oggi di capire certe immagini consiste proprio nel fatto che quel sistema di conoscenze e valori si è perduto, o si è molto indebolito, a favore di una visione puramente estetica e formale dell’opera d’arte. Rappresentare un cibo, un frutto, un vegetale o un animale, non era mai casuale, e il pittore “parlava” un linguaggio che i suoi committenti ben conoscevano, e, dipingendo, in realtà raccontava loro storie che facevano parte del patrimonio comune.

Ecco alcune di quelle meravigliose narrazioni per immagini.

La mela. Due sono i miti greci legati a questo frutto: il primo. il più celebre, racconta che Paride assegnò il titolo di più bella tra le dee ad Afrodite (la Venere latina) attraverso il dono di una mela; il secondo racconta di Ippomene che riesce a battere nella corsa Atalanta, distraendola con delle mele lasciate lungo il percorso (vedi il celebre quadro di Guido Reni). Nella cultura cristiana è il simbolo del peccato originale, anche se la Bibbia non specifica che tipo di albero sia l’albero della conoscenza del bene e del male, di cui Dio proibisce ad Adamo di cogliere i frutti. L’equivoco è nato dal fatto che in latino malum significa sia male e che melo. La mela marcia, che compare spesso nelle nature morte seicentesche, oltre a essere il simbolo del peccato, allude anche al passare del tempo, alla caducità della vita, alla vanità del tutto (come nella famosa Canestra di frutta di Caravaggio del 1599). Nelle immagini della Vergine col Bambino, la mela allude alla redenzione dal peccato originale e alla salvezza dell’anima.

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Hugo van der Goes: “Il peccato originale”, 1470, Vienna

Il fico. Può avere un significato positivo ma anche negativo. Compare in molte storie, sia leggende antiche che passi della Bibbia. Nel mito greco, un fico nasconde Gea che sfugge a Zeus. A Roma si credeva che la cesta che trasportava Romolo e Remo neonati si fosse fermata sotto un fico selvatico (vedi il quadro di Rubens). Nella Genesi si racconta che Adamo ed Eva si coprono i genitali con una foglia di fico dopo essere stati sorpresi a cogliere il frutto proibito dall’albero della conoscenza (in alcune raffigurazioni, infatti, questo non è un melo, ma un fico). Secondo una leggenda medievale, Giuda si sarebbe impiccato ad un albero di fico.

L’arancia. Originaria dell’estremo oriente, l’arancia ha assunto un significato di frutto del Paradiso in molte culture. Nel mito greco le nozze di Era e Zeus (Giunone e Giove) erano state festeggiate con i fiori d’arancio. Questa usanza è rimasta nel rito del matrimonio. Nella cultura cristiana, l’arancia è anche un attributo della Vergine, in quanto sposa di Cristo. In alcuni quadri fiamminghi, l’arancia sostituisce la mela come simbolo del peccato, perchè in olandese arancia si dice Sinaasappel, cioè mela cinese.

Il limone. Pianta asiatica portata in Occidente da Alessandro Magno, è stata diffusa in tutto il Mediterraneo dagli Arabi. Nella mitologia classica i limoni erano i pomi d’oro del giardino delle Esperidi, rubati da Ercole in una delle sue fatiche. Nella tradizione cristiana il limone è associato a Maria, in quanto considerato un antidoto contro i veleni, quindi simbolo di salvezza. Il limone è anche una pianta longeva e quindi è simbolo anche di fedeltà amorosa in un contesto di immagini profane.

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Francisco de Zurbaran: “Natura morta con limoni”, 1633, Pasadena

La noce. Nell’antica Roma era simbolo di fertilità e veniva donato un cesto di noci agli sposi. Nel mondo cristiano allude alla Trinità, essendo diviso in tre parti. Per sant’Agostino invece il noce allude al legno della croce. Il noce è un attributo di sant’Antonio da Padova, poichè un’agiografia popolare racconta che il santo predicava seduto sul ramo di un noce.

La melagrana. Secondo il mito greco, l’albero del melograno è nato dal sangue di Dioniso ucciso dai Titani e riportato in vita da Rea, madre di Zeus. In un altro mito Proserpina nel suo viaggio ultraterreno si nutre di alcuni chicchi di melagrana. Anche nella cultura cristiana è simbolo dell’aldilà e quindi della Resurrezione. Essendo un frutto che al suo interno contiene molti semi è simbolo anche della fertilità (compare nelle rappresentazioni di Venere), ma anche di concordia. La sua scorza dura che protegge i semi allude in alcune immagini alla castità della vergine.

La ciliegia. Frutto antico, compare già rappresentato in una casa di Ercolano. Il nome cerasa deriva dalla città del mar Nero Kerasus, di cui parla Lucullo nel suo manuale di cucina. Nella cultura cristiana è simbolo del sangue di Cristo, per il suo colore rosso scuro, e compare spesso nelle tavole imbandite dell’Ultima Cena, insieme al pane e al vino o all’uva, o anche nelle tavole della cena ad Emmaus, come simbolo della Passione. Può comparire anche nelle mani della Vergine o di Gesù in alcune Madonne con Bambino, come preannuncio del futuro martirio.

La castagna. Proveniente dalla città asiatica di Castanis, era definita da Plinio “cibo degli dei”. Nel mondo antico era legata al culto dei morti. Il riccio spinoso che la contiene ha fatto evocare nella cultura cristiana l’immagine di Gesù tormentato dalla corona di spine, ma anche la verginità di Maria, protetta dal peccato. La parola castagna evoca infatti l’aggettivo casta.

La pesca. Portata in Europa dall’oriente da Alessandro Magno, era conosciuta e apprezzata dai romani, come testimonia anche la sua rappresentazione negli affreschi di Pompei. Essendo divisa in tre parti, polpa, nocciolo e seme, nell’iconologia cristiana è diventata il simbolo della Trinità. Nelle mani di Gesù Bambino rappresenta la Salvezza dell’anima.

La zucca. Anticamente non aveva significati positivi, in quanto ha bassi valori nutritivi e deperisce rapidamente. Svuotata e seccata era utilizzata nel medioevo come contenitore di liquidi o borraccia dai pellegrini e compare quindi come attributo di alcuni santi viaggiatori: San Giacomo, l’evangelizzatore della Spagna (cui è dedicato il famoso santuario di Santiago de Compostela), l’arcangelo Raffaele e altri. Nelle scene raffiguranti la fuga della sacra famiglia in Egitto la zucca si trova spesso nelle mani di Giuseppe. In alcuni quadri anche Gesù ha la zucca-borraccia quando percorre la via per Emmaus.

Il cardo. Nel mondo antico era simbolo di lunga vita e tenacia. Nella cultura cristiana delle pene terrene (nella Genesi, III, 17-18 si racconta che dopo il peccato originale Dio condanna Adamo a procurarsi il cibo, esempio dei cardi). Le spine della pianta di cardo alludono alle spine della corona della Passione di Cristo. I cardellini (da cardo, appunto) che beccano il cardo alludono alla salvezza dell’anima, grazie alla Passione di Cristo. Nell’etica calvinista il cardo rappresenta il lavoro nel suo significato positivo di mezzo per riconquistare il Paradiso; vedi il “Ritratto di Isaak Massa e sua moglie” di Frans Hals, del 1622.

cotan_cardoJuan Sanchez Cotan: “Natura morta”, 1602, Madrid

La conchiglia. Nella cultura greca era un attributo di Afrodite (rappresentata anche nella Nascita di Venere di Botticelli). Nella cultura cristiana allude al sepolcro vuoto di Cristo dopo la sua Resurrezione. Compare anche in alcuni quadri nelle mani di San Giovanni Battista che battezza Gesù. In altre immagini invece rappresenta i pellegrini (san Giacomo, san Rocco). Nel Seicento nascono le prime collezioni di conchiglie, che compaiono spesso anche nelle nature morte fiamminghe.

Il pesce. E’ un’immagine molto diffusa in arte. In greco si dice ikthus, che è l’acrostico di Iesus Khristos Theou Huios Soter (Gesù Cristo Salvatore figlio di Dio). E’ quindi un simbolo cristologico e compare nelle catacombe come segno di riconoscimento (i primi cristiani si chiamavano tra loro pisciculi, cioè pesciolini, e il fonte battesimale si chiamava piscina). Gesù inoltre era considerato anche nel Vangelo un pescatore di anime e alcuni apostoli, tra cui Pietro, facevano di mestiere i pescatori. I pesci compaiono nell’episodio della pesca miracolosa, e in occasione della moltiplicazione dei pani e dei pesci. Il pesce compare in molte rappresentazioni dell’Ultima Cena insieme al pane e al vino, come simbolo della Resurrezione (il pesce, nel momento in cui viene pescato e muore, conosce l’altro mondo). Il pesce era anche, nelle raffigurazioni dei mesi di stampo medievale, il simbolo del mese di febbraio.

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Georg Flegel: “Natura morta con aringa”, 1635, Colonia

Gli uccelli. Nella cultura antica uccelli e farfalle rappresentavano l’anima umana che abbandona il corpo al momento della morte. Il volo degli uccelli era oggetto di interpretazione da parte di sacerdoti che ne traevano auspici per il futuro. La simbologia dell’uccello come anima resta anche nella cultura cristiana. In alcuni dipinti compare in mano a Gesù. L’uccello in gabbia rappresenta l’inganno. In alcuni dipinti che illustrano i quattro elementi naturali l’uccello indica l’aria.

I mesi. L’iconografia dei mesi è legata alla rappresentazione del calendario e dello zodiaco. Attraverso la rappresentazione dei mesi gli artisti medievali hanno offerto uno straordinario spaccato della società feudale, soffermandosi sulla descrizione dei costumi dell’epoca, degli svaghi dei nobili e dei lavori agricoli, scanditi dai cicli della natura e dall’alternarsi delle stagioni. L’aratura, la semina, la preparazione del burro, la fienagione e la mietitura del grano, la vendemmia e la raccolta invernale della legna si alternano a una visione allegorica della società cortese e dei suoi passatempi preferiti: il banchetto, il torneo, i corteggiamenti, la caccia con il falcone ecc. In epoca rinascimentale la raffigurazione dei mesi offre lo spunto per una grandiosa ripresa di motivi e simboli profani, tratti dalla cultura classica. Nella concezione cristiana ai dodici mesi corrispondono i dodici apostoli o i dodici profeti. Tra le opere ricordiamo: i fratelli Limbourg, Tres riches heures du duc de Berry, 1416; Il Breviario Grimani, fine ‘400; Bramantino e Benedetto da Milano, gli arazzi del ciclo dei mesi Trivulzio, 1509; Francesco del Cossa, affreschi di Palazzo Schifanoia a Ferrara, 1470; Maestro Venceslao, affreschi del castello del Buoncosiglio, Trento, 1400; miniature del De sphaera, della Biblioteca Estense di Modena, metà del ‘400; il ciclo dei mesi in San Marco a Venezia, XIII sec.; Benedetto Antelami, ciclo dei mesi del Battistero di Parma, XIII sec.; Joachim von Sandrart, Novermbre, 1643 ecc.

L’uovo. L’immagine dell’uovo compare in molte culture come simbolo del cosmo, dell’utero materno, della perfezione divina. L’uovo rappresenta la cellula primordiale che contiene in germe la molteplicità degli esseri e l’immagine della totalità originaria antecedente a qualsiasi differenziazione. Idoli ovoidali pervadono la storia dell’iconografia occidentale e orientale, dal mandala tibetano allo Yin e Yang cinesi fino alla mandorla del misticismo cristiano, espressione della natura divina di Cristo e simbolo di Resurrezione. Nel sapere esoterico rappresenta l’uovo alchemico o uovo filosofico, luogo dove si svolge la cova dell’Opera. L’uovo compare nella Madonna col bambino di Piero della Francesca, 1475, conservato a Brera, come simbolo della perfezione divina.

I cinque sensi. La raffigurazione dei cinque sensi comincia a svilupparsi nel medioevo, nell’ambito di un progressivo interesse per i meccanismi conoscitivi dell’uomo. Ma è nel corso del XVI e XVII secolo che si afferma questo tipo di immagine. Influenzati dalla concezione religiosa medievale, che considera i sensi pericolose vie di accesso al peccato, molti artisti interpretano questo tema in corrispondenza a quello della Vanitas (le allegorie pittoriche sulla caducità della vita umana e sulla vanità dei piaceri terreni), oppure inseriscono nelle loro opere le personificazioni della Prudenza e della Temperanza, come monito a non cadere negli eccessi del piacere. Nel Seicento l’allegoria dei cinque sensi era un pretesto per realizzare ricche nature morte, composte da oggetti che richiamassero il tatto (un tavolo di marmo o di legno, con tovaglie di tessuti diversi), l’udito (gli strumenti musicali), il gusto (cesti di frutta o altre cibarie), l’olfatto (i fiori), la vista (lo specchio).

Insomma, si mangia anche con lo sguardo!


 

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