Cabala e superstizione, fortuna – magia, infine – non sono in fondo altro che potenti diluenti del libero arbitrio.

Oroscopi e profezie, piccoli e grandi riti di scongiuro e propiziazione sgravano le nostre spalle dal peso che il non casuale a ogni passo comporta: non abbiamo fatto tutto il necessario per raggiungere ciò che desideravamo, e riti propiziatori ci proteggono dai nostri sensi di colpa; abbiamo fatto tutto il possibile, e riti scaramantici ci riservano dall’ipotesi di un eventuale fallimento.
Nostra causa quindi, e nostro effetto, modulati da filtri d’ogni tipo oltre che d’amore, da cantilene motorie e verbali di un gioco non più infantile.

E’ la nostra minima distanza da ciò che ci accade e dal suo perché che si dilata attraverso piccole parole e gesti, minuscoli pensieri portafortuna.
Fortuna cieca, così che non importi se il nostro viso è o non è amabile. Capricciosa e distratta, così che possa vedere o meno i nostri meriti e demeriti. Fortuna imprevedibile, tanto che l’esaudirsi delle nostre aspettative dipenda dall’incontro casuale di mille particolari piuttosto che da pochi e visibili avvenimenti.

E disarmanti, ammiccanti gesti, accompagnano i nostri giorni. A volte le nostre notti. Ma ciò che noi lasciamo in pegno alla fortuna non è la certezza che quanto chiediamo venga esaudito, non la promessa di un qualsiasi pagamento: ciò che noi desideriamo davvero, in fondo, è non essere lasciati soli.