I popoli latini, e gli italiani in particolare, sono superstiziosi, si sa.
Di fronte a certi argomenti non è raro (anzi!) che reagiscano con gesti immaginifici e scaramantici volti a esorcizzare, o almeno ad allontanare, gli auspici di sciagura che questi temi portano con sé. La morte – ça va sans dire – è uno di questi.
Toccare ferro, toccare legno (o parti ben più intime del proprio corpo), sputare, fare le corna e via andando, sono soltanto alcune delle reazioni che anche solo evocare il fantasma della morte scatena in molti abitanti dell’italico stivale.

delitto
Non c’è dunque bisogno di scomodare Philippe Ariès, autore del celebre “La storia della morte in Occidente“, per capire che la civiltà moderna, da noi più che altrove, ha compiuto un’immane opera di rimozione, finalizzata – tra gli altri scopi – a non deprimere e dunque distrarre tanti potenziali consumatori dall’esercizio del rito più contemporaneo e pagano che ci sia, quello della compra-vendita.
Ma la storia dell’arte racconta, in parallelo, tutta un’altra vicenda. Il tema della morte è sempre stato rappresentato e fin celebrato in quasi tutte le sue espressioni, dalle Crocifissioni alle scene di martirio dei Santi, dalle vicende mitologiche a quelle di ambientazione storica. E anche quando la morte non è stata descritta esplicitamente – come testimoniano i grandi artisti della modernità, da Picasso a Bacon, da Lucien Freud ad Anselm Kiefer – la sua presenza è ben percepibile, anche se in maniera indiretta, simbolica o sublimata.
Per quanto riguarda il mio lavoro, non è, questa, la prima volta che affronto il tema. La mostra “Requiem” del 2005 a Ferrara è stata la prima occasione per esporre la mia personale riflessione sulla morte, proseguita due anni dopo alla Reggia di Colorno con l’esposizione “Il corpo della Storia“, incorniciata in un orizzonte più ampio.

notturno-napoletano
Oggi, con Crimini & Misfatti, torno a ritrarre la morte con uno sguardo ancora differente, filtrato da una chiave di lettura più attuale, quella della contemporaneità, legata alle vicende della criminalità e dell’ordinaria follia delle metropoli, ricolme di violenza e fatti di cronaca nera.
Lo scopo è tuttavia lo stesso: operare, attraverso l’arte, una metamorfosi del dolore indicibile verso un’esperienza che sia in qualche maniera condivisibile, dagli abissi dell’angoscia più profonda verso un orizzonte in cui esprimersi e continuare infine a vivere senza negare tuttavia la perdita.
Obbiettivo ambizioso e quanto mai arduo, questo: far sì che l’arte possa esorcizzare la morte, non rimuovendola, ma sublimandola in colori, immagini e poesia.
Il mio tentativo “passa” così attraverso il corpo delle vittime, annidato nei loro ultimi gesti, rappresentato nelle posture delle spoglie e negli indumenti che indossavano nell’ultimo istante della loro vita, come segno di un destino individuale, in una forma di sacralità che tenta di restituire alla carne e alla materia la parvenza di qualcosa di divino, in un’illusione di eternità.

sorpresa
E forse alla fine è proprio questo, il crimine più grande, il misfatto più imperdonabile: dare un volto umano alla morte, un senso duraturo alla caducità della nostra esistenza.

Continuando a toccare ferro: non si sa mai!