AUTORE: Gerri Lunatici.
Da quando Philip De Mayo era stato trasferito a Gerusalemme non dormiva più sonni tranquilli. Lavorare per le ambasciate gli era sempre piaciuto e girare per il mondo era stato il suo sogno fin da era ragazzo. Anche le sua famiglia si era abituata: ogni tre o quattro anni faceva i bagagli e cambiava casa. Certo, finché lui e sua moglie erano giovani e i bambini erano piccoli, tutto era stato più semplice, quasi una festa, come un vivere sempre in vacanza. Ma adesso che l’età cominciava a farsi sentire e i ragazzi erano cresciuti, ogni trasferimento diventava sempre più faticoso e cambiare vita così spesso era quasi traumatico.
Soprattutto Karen, la figlia più grande, questa volta non l’aveva presa bene: aveva dovuto lasciare la scuola internazionale che frequentava Al Cairo e dire addio a un ragazzo canadese che aveva conosciuto lì e che le piaceva. Alla notizia del nuovo trasferimento era scoppiata in lacrime e per la prima volta aveva accusato suo padre di essere un carrierista insensibile e tirannico.
Anche Jonathan, il figlio più piccolo, si era ribellato all’ennesimo cambio di scuola e di amici. Ma lui, dopo qualche giorno di permanenza nella nuova città e nel nuovo collegio internazionale, si era rapidamente adattato e la vita con i suoi nuovi amici lo assorbiva completamente.
Karen, invece, a distanza di mesi, manteneva intatto il suo rancore. Anche sua madre, che di solito riusciva a mediare e ad alleggerire le tensioni domestiche, questa volta non era riuscita ad ottenere niente, neanche con un po’ di shopping per le vie più chic della città. Per questo Philip De Mayo era turbato. Non dormiva di notte, in balia di cattivi pensieri.
E i suoi oscuri presagi si compirono una mattina, verso le 11, quando una violenta esplosione fece vibrare i vetri dell’ambasciata e tutti si precipitarono alle finestre per vedere cosa fosse successo. Poco lontano una nuvola di fumo nero si alzava oscurando il terso cielo della Palestina. La gente per le strade correva caoticamente.
I marines entrarono nell’ufficio di De Mayo e lo invitarono a seguirlo. Si recarono tutti nel bunker sotterraneo, in attesa di vedere come si sarebbero evoluti i fatti. Dopo poco la televisione appesa al muro, che era sempre accesa, interruppe il programma di cucina che stava trasmettendo per lasciar spazio ad una edizione straordinaria del notiziario: una giornalista e il suo cameraman si trovavano sul luogo dell’esplosione. Tutti gli impiegati dell’ambasciata ascoltavano in silenzio. De Mayo era seduto in prima fila e osservava con gli occhi sbarrati le immagini di morte e distruzione che la TV dello stato d’Istraele trasmetteva.
Ma quella è la mia macchina!” sbottò all’improvviso alla vista di un’auto in fiamme davanti all’università internazionale. “Karen!” urlò alzandosi in piedi in preda al panico. Tutti lo guardarono in silenzio. De Mayo tirò fuori il cellulare e provò a telefonare alla figlia, ma lì sotto non c’era campo.
Venga con me” lo invitò un sergente, conducendolo in una stanza dove altri militari seduti ai monitor controllavano la situazione. “Usi questo” e gli passò un cellulare diverso dal suo.
De Mayo, in preda all’agitazione, digitò il numero, ma una voce gli comunicò che l’utente non era al momento raggiungibile. Telefonò a casa, dove sua moglie, che aveva appena visto le immagini in televisione, gli diceva che Jonathan era al sicuro a scuola, ma di Karen non aveva notizie.
E’ proprio sicuro che quella fosse la sua macchina?” gli chiese il sergente con una certa cautela per non urtare la sua suscettibilità. “Stava bruciando…
Sicurissimo… ho riconosciuto l’ammaccatura che ha sul cofano… il colore dei sedili…” disse con la voce rotta dalle lacrime.
Karen…” mormorò tra sé e pensò che sua figlia avesse ragione: non dovevano andare a Gerusalemme. Se le era successo qualcosa, non se lo sarebbe mai perdonato.
Se ne stava così, seduto, con lo sguardo fisso sul muro, quando il sergente gli si avvicinò e gli porse il telefono. “E’ sua figlia!
Karen? Karen! Dove sei? Stai bene? Ah, meno male… Adesso avviso la mamma… eravamo tanto preoccupati… Resta lì, che mando il sergente a prenderti… Ma come mai hai preso la macchina? Cosa? L’hai prestata a Rashid? Il tuo amico palestinese? Non ci posso credere… e quindi… E’ stato lui a far saltare l’ingresso dell’università?! E’ riuscito a entrare perché l’auto ha la targa diplomatica… Be’, certo… non si sa ancora niente di sicuro… Karen! Karen… non piangere… non è colpa tua… è colpa mia, tesoro… Non fare così, Karen… te lo prometto, torniamo a casa… finito questo trambusto, ce ne torniamo a casa… te lo giuro”.
Restituì il telefono al sergente.
Il suo sguardo severo gli fece abbassare la testa.