Dipingere l’infanzia non è facile. Prima di tutto è quasi impossibile far rimanere fermo un bambino per il tempo necessario al pittore per ritrarlo (come sanno bene anche dentisti, barbieri e fotografi…); e poi i tratti fisiognomici di un bambino sono sfuggenti, ancora poco caratterizzati, privi di quell’espressività che il tempo e l’esperienza incidono sul volto degli adulti.

Nel mondo antico la considerazione per il mondo dell’infanzia era davvero scarsa e poche sono le raffigurazioni di bambini, a parte quella degli eredi della famiglia imperiale o di qualche giovane rampollo dell’aristocrazia.

Nel Medioevo l’età infantile non viene mai rappresentata oppure il bambino è raffigurato come un adulto in formato ridotto, sia perché l’alta mortalità infantile ostacolava la nascita di un sentimento d’affetto, sia perché il neonato e poi il bambino non veniva considerato una persona. Solo il tema sacro della natività offriva l’occasione di rappresentare il bambino Gesù, anche se in modo alquanto stereotipato.

Dal XIV e soprattutto dal XV secolo il tema dell’infanzia comincia a coinvolgere anche l’iconografia laica, e i bambini compaiono in scene di vita quotidiana raffigurati insieme agli adulti.

Nel XVI secolo i bambini diventano oggetto di veri e propri ritratti, eseguiti dai più grandi artisti dell’epoca.

Nel XVIII secolo pure le famiglie borghesi ambiscono ad avere i ritratti dei loro figli e i bambini vengono raffigurati in atteggiamenti più quotidiani e nell’intimità.

Nel XIX secolo anche le famiglie più povere si possono permettere il ritratto dei figli e la fanciullezza diventa uno dei temi prediletti degli Impressionisti.

Solo nel XX secolo, dopo le teorie pedagogiche di Piaget e la nuova concezione dell’infanzia operata dalla psicanalisi di Freud, il tema dell’infanzia entra a far parte dei grandi temi della cultura e della storia dell’arte.

Ecco di seguito qualche grande pittore di bambini.

Agnolo Bronzino: “Bia de’ Medici”, 1542, Firenze, Uffizi.

Figlia di Cosimo de’ Medici e della duchessa Eleonora di Toledo, il ritratto rappresenta la bambina come una piccola dama in miniatura, con tanto di gioielli, compreso il medaglione col profilo del padre, e abito da parata. Bronzino, pittore di corte dei Medici, rappresentante di spicco del manierismo, fissa il principio di continuità dinastica, anche se la bambina morirà pochi mesi dopo. L’effetto brillante e smaltato del colore e l’aspetto algido dell’immagine rende ancora più distaccata e artificiale la bambina, che sembra quasi una bambola.

Giovan Francesco Caroto: “Fanciullo con disegno”, 1531, Verona, Castelvecchio.

Questo è uno dei primi esempi di raffigurazione dell’infanzia in maniera realistica, in cui il bambino non è più visto come un piccolo adulto, ma in una sua propria dimensione. Tra l’altro il bambino tiene in mano un disegno tipicamente infantile, forse un ritratto del pittore, così da funzionare come un ritratto dentro un ritratto (“ritratto a incastro”), oppure un autoritratto dello stesso bambino. Caroto sembra anticipare le teorie psicologiche di Corrado Ricci, pubblicate nel libro “L’arte dei bambini” del 1887.

Jan van Scorel: “Lo scolaro”, 1531, Rotterdam, Boymans Museum.

Diversamente dai bambini di corte di Bronzino e Velasquez, investiti di ruoli sproporzionati alla loro età e avvolti nella pompa dei loro costumi principeschi, Scorel ritrae un ragazzino di 12 anni (aetatis XII, dice l’iscrizione), come un piccolo umanista borghese, con penna e carta. Sul foglio si legge la frase “omnia dat dominus non habet ergo minus” (“il signore dà tutto senza per questo avere di meno”), con riferimento alla saggezza stoica e cinica seguita dagli umanisti, secondo la quale l’uomo ricco è chi desidera poco, mentre povero è l’avido. Nello stesso anno, 1531, l’umanista spagnolo Juan Luis Vives pubblicava un trattato di pedagogia che esalta l’istintiva voglia di sapere del fanciullo e la sua innocenza.

Cornelis de Vos: “Magdalena e Jan Baptist de Vos”, 1622, Dresda, Gemaldegalerie.

Il pittore, seguace di Rubens e Van Dyck, ritrae i figli, che sono colti come di sorpresa, come se stessero giocando, ma sono agghindati elegantemente ed esprimono la dolcezza dell’infanzia e le speranze del padre.

Anton Van Dyck: “Tre fanciulli della famiglia De Franchi”, 1627, Londra, National Gallery.

I corvi sembrano alludere allo stemma araldico della potente famiglia genovese. E’ un ritratto ufficiale e il punto di vista ribassato, utilizzato spesso da Van Dyck per accentuare l’importanza dei personaggi ritratti, conferma lo status sociale dei bambini. Le diversità dell’abbigliamento ci permettono di stabilire l’età dei bambini, dato che in quell’epoca i pantaloni si portavano dopo i sette anni.

I tre figli maggiori di Carlo I d’Inghilterra”, 1635, Torino, Galleria Sabaudia.

Charles, erede al trono e principe di Galles, accarezza il cane, come fa l’imperatore Carlo V nel celebre ritratto di Tiziano; Mary, principessa reale, in mezzo, e James, duca di York, hanno rispettivamente 5, 3 e 1 anno. Anche se è un ritratto ufficiale, e i bambini siano rappresentati già con i ruoli che assumeranno da adulti, il pittore esprime l’innocenza e la fragilità dell’infanzia.

Pieter Paul Rubens: “Rubens, la moglie Helene Fourment e il figlio Frans”, 1635, New York, Metropolitan Museum.

In questo quadro il pittore vuol dare l’immagine di serenità famigliare e d’amore reciproco. Il roseto sullo sfondo allude all’amore, il pappagallo alla maternità. Tutta la scena è immersa nella luce vibrante del crepuscolo. I personaggi sono in relazione anche con gli sguardi.

Diego Velasquez: “La Meninas”, 1656, Madrid, Prado.

Las meninas, cioè le damigelle d’onore, sono ritratte intorno all’infanta Margarita. Queste sono Maria Agustina de Sarmiento, con un pezzo di cioccolato in mano (simbolo delle colonie), donna Isabel de Velasco, che si inchina all’infanta, la nana Maribarbola, il nano Nicolasito Pertusato e il pittore stesso che sembra osservare la coppia regale che arriva o che posa per il ritratto, che si intravede nello specchio (il riferimento è al ritratto dei coniugi Arnolfini di Van Eyck, che allora si trovava nelle collezioni spagnole).

L’infante Filippo Prospero”, 1659, Vienna, Kunsthistorisches Museum.

Il bambino ritratto ha 2 anni ed è in piedi appoggiato alla poltrona su cui si trova il cagnolino, quasi a prendere il posto del padroncino. Sul grembiulino bianco spiccano vari amuleti, perchè il bambino era malaticcio, come si vede anche dal pallore del volto esile. Infatti, morirà due anni dopo.

L’infanta Margherita Teresa”, 1653, 1656 e 1659, Vienna, 1660, Madrid.

Figlia del re Filippo IV e Maria Anna d’Austria, sposata in seconde nozze, Velasquez realizza diversi ritratti della bambina che erano destinati alla corte viennese, in quanto l’infanta era stata promessa sposa allo zio Leopoldo I (cosa che si verificherà nel 1666). I ritratti seguono la crescita della bambina, evidenziata anche dal crescente prognatismo, tipico degli Asburgo.

Jean-Baptiste-Simeon Chardin: Ritratto di Auguste-Gabriel Godefroy”, 1741, San Paolo.

Il pittore francese ritrae qui il figlio di un suo amico gioielliere e coglie il bambino nell’intimità della propria casa, forse nella sua stanza, intento a giocare con una trottola. L’Illuminismo, qualche anno dopo, esprimerà attraverso il testo di Rousseau, “Emile ou de l’éducation”, 1762, una generale rivalutazione dell’infanzia, di cui coglie l’autonomia e la peculiarità, che qui Chardin sembra aver anticipato.

Thomas Gainsborough: “Le figlie dell’artista inseguono una farfalla”, 1756, Londra, National Gallery.

Mary e Margaret, rispettivamente di 4 e 6 anni, si tengono per mano e sono colte con affetto dal padre in un atteggiamento naturale e spontaneo. Sullo sfondo si staglia un delicato paesaggio, secondo l’uso dei ritratti di Gainsborough, che si ispirava a Van Dyck.

Joshua Reynolds: “Master Hare”, 1789, Parigi, Louvre.

Reynolds, che era ritrattista alla moda e aveva ritratto i personaggi più celebri dell’Inghilterra dei suoi tempi, derivando dalla lezione di Guido Reni e Tiziano il cosiddetto “grande stile”, abbandona in questo ritratto le modalità espressive, raffinate ma un po’ retoriche, della ritrattistica ufficiale, per cogliere la ingenua vulnerabilità e la fresca delicatezza dell’infanzia.

Eduard Manet: “Ragazzo con la spada”, 1861, New York, Metropolitan Museum.

Il ragazzino ritratto è Leon, il figlio decenne di Manet, ritratto come un paggio della corte spagnola. Il quadro, come si evidenzia anche dall’ambientazione, è un omaggio a Velasquez.Il ragazzino esprime una certa goffaggine, data dal travestimento e dalla pesante spada.

Mary Cassat: “Bambine che giocano sulla spiaggia”, 1884, Washington, National Gallery.

Le bambine sembrano colte di sorpresa, non sono certo messe in posa per il ritratto, ma sembrano essere assorte nei loro giochi. Il quadro ispira un profondo senso di pace e di serenità interiore e riscosse forse per questo motivo un grande successo alla mostra degli Impressionisti del 1886.

Paul Cézanne: “Il figlio del pittore”, 1885, Washington, National Gallery.

Cézanne ha qui ritratto il figlio Paul, ma in maniera distaccata, senza alcuna graziosità, né affetto particolare, in una composizione priva di prospettiva, un po’ antinaturalistica. Il ragazzino sembra qui esprimere la ruvidezza e la spigolosità dei modi di fare del padre.

Paul Gauguin: “Bambino che dorme”, 1884, Losanna.

Il bambino ritratto è Clovis il terzo dei cinque figli di Gauguin. Il bambino è colto in un momento di quotidiana intimità, mentre dorme appoggiato sul tavolo dove si trova anche una pentola. La composizione bidimensionale è molto decorativa e richiama alla memoria le stampe giapponesi che in quegli anni si stavano diffondendo in Europa e che avevano influenzato molto gli Impressionisti ( per esempio Manet, Degas, Van Gogh e altri).

Pierre- Auguste Renoir: “Rosa e azzurro (Le signorine Cahen d’Anversa)”, 1881, San Paolo.

Grande pittore dell’infanzia fu Renoir, che seppe infondere al tema una dolcezza e una tenerezza mai viste prima. I colori pastello, il tocco leggero della pennellata, la morbidezza delle forme, rendono i ritratti di fanciulli le opere più rappresentative di Renoir.

Henry Matisse: “Pierre Matisse”, 1909, New York.

Matisse ritrae qui il figlio Pierre in modo molto infantile, con una rappresentazione assolutamente stilizzata, bidimensionale e volutamente rozza. Tuttavia, i colori usati, la grande libertà espressiva e la forza di sintesi delle linee ben rendono l’espressione un po’ monella e scanzonata del bambino.

Pablo Picasso: “Maya con la sua bambola”, 1938, Parigi, Museo Picasso.

Picasso ha spesso ritratto i propri figli e dell’infanzia il pittore ha sempre amato e colto l’aspetto ludico, il grande senso di libertà e la naturale, spontanea vitalità. In questo ritratto della figlia Maya, la rappresentazione più naturalistica è quella della bambola, perché la libertà è colta nel volto della bambina e nella sua posa. Picasso adotta delle linee morbide e dei colori abbastanza delicati (si ricordi che Guernica è di appena un anno prima), che servono ad esprimere l’innocenza dell’infanzia.

__________________________________________