In questi giorni estivi di grande caldo può forse risultare piacevole e rinfrescante contemplare qualche immagine di paesaggi invernali, di silenziose pianure innevate.
Dipingere la neve non è facile, e come gli eschimesi posseggono nel loro vocabolario numerose voci per definire la neve, a seconda della sua forma o consistenza, così in pittura la neve assume colori e tonalità diverse, a seconda dell’ora del giorno, della stagione, dell’ambientazione, insomma in base alle molteplici variazioni di luce che la illuminano. L’effetto, però, è sempre suggestivo e magico.
Inizio col più celebre esempio di paesaggi invernali della pittura antica, i famosi “Cacciatori nella neve” del 1565 di Pieter Brueghel. Il quadro è quasi monocromo e  l’artista fiammingo coglie il momento del tardo pomeriggio invernale in cui i cacciatori stanchi e affaticati tornano al villaggio dopo la battuta di caccia. Sembra quasi di sentire lo scricchiolio della neve sotto i loro passi pesanti. Lì vicino una famiglia accende il fuoco che si agita al vento freddo della sera incombente. Sullo sfondo però i  ragazzini pattinano ancora sul lago ghiacciato e giocano a curling. Nel cielo grigio volteggia qualche uccello nero. Tutto sembra sospeso, raggelato, fissato per sempre in un inverno senza fine. Splendido e agghiacciante.


Bisogna aspettare l’Ottocento romantico per avere un’altra rappresentazione della neve e dell’inverno così suggestiva. Caspar David Friedrich dipinse questo “Paesaggio invernale” nel 1811, in pieno romanticismo. Anche qui prevale l’effetto monocromatico, il bianco della neve contrasta col grigio scuro, quasi nero, del cielo, e in mezzo, tra gli alberi stecchiti, il solito viandante solitario, come in molti suoi quadri, che ha smarrito la strada e si perde nell’immensità del paesaggio. Sublime, ma anche un po’ horror.


La neve ha affascinato anche i pittori orientali. Il più sensibile al tema è stato sicuramente Utagawa Hiroshige che ha reso magnificamente il silenzio e la pace di un villaggio coperto dalla neve in questa stampa della serie delle “69 stazioni del Kiso Kaido”.  La natura, nelle sue immagini, è ridotta a un gioco di linee. Elegante, distaccato, grafico.


I pittori che hanno giocato di più con gli effetti cromatici e luminosi della neve sono stati senza dubbio gli impressionisti; due soprattutto hanno realizzato numerosi quadri di ambientazione invernale: Claude Monet, con “La gazza” del 1869, in cui un pallido sole fa capolino tra le nubi illuminando la neve che sembra accendersi di un accecante bagliore, tra l’azzurro intenso delle ombre,

e Alfred Sisley che ha colto in “Effetto di neve a Louveciennes” del 1874 l’aspetto soffice e friabile della sostanza nevosa. Ma l’inverno degli impressionisti non fa paura, non sembra neanche freddo, perché annuncia già i tepori della primavera imminente. Sempre confortanti e consolatori, loro.


Più cupo il paesaggio bretone ritratto da Paul Gauguin. Il pittore dei Mari del Sud ha trascorso anche lui una stagione invernale, e infernale, nella desolata Bretagna. Le sue case di Pont-Aven sembrano sfaldarsi sotto il peso della neve sui tetti. Un’immersione nella melanconia, prima dell’esplosione di luce dei Tropici.


E oggi? C’è ancora qualche pittore interessato al tema del paesaggio invernale e che ami usare il bianco per rappresentare la neve e tutte le sue varianti? C’è ed è’ italiano: si chiama Antonio Pedretti e il suo ciclo “Bianco lombardo” è forse la rappresentazione più efficace del paesaggio invernale contemporaneo, una via di mezzo tra la pittura fiamminga e Anselm Kiefer. La sua è una natura spoglie e desolata, ai margini della periferia delle città, dove la bianchezza della neve è contaminata dal grigio del cemento e dello smog, dove la neve si trasforma in poltiglia e le nuvole all’orizzonte sono gravide di oscuri presentimenti. Pessimista, ma anche poetico.


Godiamoci dunque queste immagini, in attesa della neve vera.
Se mai arriverà…

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