AUTORE: Gerri Lunatici.

Il caldo era soffocante.
L’elmetto pesava sulla testa come un macigno, il sudore colava sulla fronte e gli entrava negli occhi che bruciavano. Sentiva i piedi incollati agli anfibi e camminava ormai in modo meccanico, senza sentire quasi più il contatto con la terra. La pelle era attaccata ai vestiti e nelle sue mani l’M16 era diventato rovente. Anche in Texas c’era caldo, ma a casa stava in bermuda e maglietta tutto il giorno e la piscina che si trovava nella villa della sua ragazza era sempre aperta. Quel pensiero gli diede un momentaneo refrigerio.
Un rumore lo fece fermare. Da circa 10 minuti stavano camminando all’interno di un villaggio che sembrava abbandonato. I bombardamenti aerei avevano fatto fuggire la popolazione e ora la sua squadra stava perlustrando la zona, per stanare eventuali terroristi rimasti in agguato.
Anche James non vedeva l’ora di fare fuori qualcuno di quei maledetti. Dopo l’11 settembre, sull’onda dell’emozione, si era arruolato nei marines, meravigliando tutti, anche la sua famiglia, che mai si sarebbe aspettata da lui questa scelta. Ma l’immagine delle Torri Gemelle che crollavano si era impressa nella sua mente in modo così ossessivo che solo l’arruolamento aveva placato un po’ il suo desiderio di giustizia, o di vendetta.
E adesso era lì, in Iraq, a 15.000 chilometri da casa, a vagare insieme ad altri giovani americani in mezzo ad un villaggio di mattoni e fango, lamiere sparse e auto abbandonate, alla ricerca di… non sapeva bene cosa.
Quel rumore lo aveva fatto fermare davanti a una casa con la porta aperta. Di fianco c’era una vecchia Toyota, ridotta ad uno scheletro di metallo. Il rumore veniva dalla casa o dalla macchina? Qualcuno forse gli stava puntando addosso un’arma, o si sarebbe fatto saltare in aria non appena si fosse avvicinato? Magari era lo stesso Bin Laden che si era nascosto lì, proprio lui, l’uomo più ricercato del pianeta… E lui, James, lo avrebbe catturato, e sarebbe diventato un eroe, e la banda musicale del suo paese, là in Texas, lo avrebbe accolto trionfalmente, e la sua ragazza in bikini lo avrebbe invitato a fare un bagno in piscina e …
Calma, James! Mantieni i nervi saldi!
I suoi compagni continuavano ad avanzare in ordine sparso a 50 metri da lui.
Entrare in casa e sparare all’impazzata o voltarsi e controllare la vecchia Toyota? Grondava di sudore e sentiva la mimetica attaccata al suo corpo. Scelse la casa. Pensò che l’auto non fosse un nascondiglio sicuro e sufficientemente grande per un terrorista armato. Si diresse verso la casa a passi lenti. Arrivato alla porta sentì sul volto il fresco dell’ombra e odore di cibo. Stava per entrare e fare fuoco quando sentì alle sue spalle il rumore noto del caricamento di un fucile. Si voltò lentamente e vide un ragazzino sbucare dal sedile della carcassa dell’auto con un vecchio kalashnikov in braccio. Urlò qualcosa e sparò. Un proiettile sfiorò James e si conficcò sul muro della casa sollevando una nuvola di polvere. Poi l’arma si inceppò. Sì, il mitragliatore si inceppò e nonostante gli sforzi del ragazzo il kalashnikov rimase silenzioso.
James si riscosse dalla sorpresa che lo aveva immobilizzato, quasi pietrificato. Si avviò verso l’auto calibrando l’M16 e puntandolo verso il ragazzo, che intanto, buttata l’arma, stava scappando verso il deserto. James lo osservava correre e immaginò la scarica del suo mitra che lo avrebbe colpito alle spalle. Cominciò a camminare ritardando il momento in cui avrebbe premuto il grilletto, che sentiva docile appena sotto l’indice. Ma il ragazzino correva veloce e si allontanava rapidamente dalla sua vista.
Una raffica di mitra interruppe quella corsa e il suo stordimento.
Ma che cazzo fai, James?” gli urlò il soldato al suo fianco che aveva sparato.
James rimase immobile a guardare il corpo del ragazzo steso a terra. Gli occhi gli bruciavano. “Allora!? Ti muovi?
Arrivo” rispose James, dando un’ultima occhiata alla vecchia Toyota lì a fianco.
Doveva essere stata bella, prima della guerra.