Il tema della Crocifissione ha affascinato molti artisti nel corso del tempo, non solo per motivi religiosi, ma anche e soprattutto per la valenza fortemente espressiva, etica ed estetica del soggetto. Rappresentare un corpo sofferente, sospeso nel vuoto, in agonia, è un eccezionale pretesto per un artista per riflettere sul mistero della vita e della morte, per raffigurare la tensione della carne e dello spirito nel momento della sua estrema, ultima e radicale trasformazione.
Allora, in occasione di questa Pasqua 2017, ho pensato di redigere la mia personale classifica delle migliori 10 crocifissioni della storia della pittura, consapevole dell’arbitrarietà delle scelte e della parzialità della selezione, vista la grande quantità di opere, molte straordinarie, che il tema ha suggerito.
Ecco la mia personale top ten, dalla posizione numero 10 al primo posto:

10.

Comincio facendo storcere il naso a molti: infatti, al decimo posto metto la Crocifissione di Renato Guttuso del 1942. Pittore osannato in vita e dimenticato dopo la morte, merita forse oggi un’analisi più attenta e misurata, che rivaluti anche alcuni aspetti innovativi della sua arte, un mix abbastanza originale di realismo socialista, cubismo picassiano ed espressionismo tedesco. Comunista e salottiero (in linea con lo stile dei leader della sinistra italiana), la sua produzione è stata vasta ma discontinua. La Crocifissione resta il suo capolavoro, non fosse altro che per l’arditezza della composizione e la bella natura morta di chiodi e tenaglie in primo piano.


9.

Al numero 9 inserirei la Crocifissione di Cimabue del 1280 in Santa Croce, che prediligo rispetto a quella di Giotto, anche se più piatta e stilizzata. E’ proprio questo aspetto un po’ decorativo, liberty, che me la rende preferibile rispetto al tentativo, un po’ goffo, di Giotto di rappresentare l’umanità del Cristo. Elegante, sinuoso, il corpo raffigurato da Cimabue sembra colto nel momento in cui si arresta dopo l’ultimo passo di danza. Olè!


8.

Molto riuscita è la Crocifissione di Pietr Paul Rubens dal 1610. Qui il pittore, che tanto ha indugiato sulla carne adiposa delle sue figure femminili, realizza un corpo di straordinaria tonicità, muscolare e potente che sembra più salire verso l’alto che scendere a terra gravato dal peso della fisicità. Insomma, nello spirito del miglior Barocco.


7.

E a proposito di Barocco non può mancare lui, El Greco, il più originale, dinamico e scoppiettante pittore di quel periodo. Il suo Cristo in croce del 1571 sembra scosso da un brivido, un ultimo sussulto di vitalità che lo fa guizzare come un’anguilla, come una démoiselle d’Avignon in preda ad un attacco isterico. E’ come se fosse risorto prima ancora di morire…


6.

Diverso è il Cristo raffigurato da Francisco Goya del 1780, più calmo, statico, quasi esausto. Sembra un maratoneta che taglia il traguardo, finalmente giunto alla fine della sua fatica. Ma quel torso illuminato… sembra di sentirlo il fiatone, l’affanno… il sollievo per la fine di tutto.


5.

Altro Cristo, altra atmosfera, quelli di Anton Van Dyck nella Crocifissione del 1625. Il corpo è teso come la corda di un violino, quasi sul punto di spezzarsi. Ma più che dal corpo la drammaticità della scena è sottolineata dal cielo corrusco, in tempesta, che fa da sfondo alla croce, e soprattuto dallo svolazzo, tutto barocco, del perizoma che copre le nudità del Cristo, manco fosse una pashmina che svolazza al vento…


4.

Si parla di Barocco, di Spagna… non poteva mancare lui, il principe di tutti i pittore, Diego Velazquez, che ha realizzato una splendida Crocifissione nel 1631. In realtà qui il trapasso è già avvenuto, Gesù è già morto, la Passione è finita. L’immagine è essenziale, silenziosa, ogni clamore è passato, inutile aggiungere altro. Comincia il mistero, abbassiamo come Cristo il capo e raccogliamoci in meditazione.


3.

Ed eccoci arrivati sul podio. Al terzo posto, e qui so che molti storceranno ancora il naso, colloco la splendida, spettacolare, iperbolica Crocifissione, anzi il Corpus Hypercubus, come l’ha intitolata lui, di Salvador Dalì, del 1954. Non amo il surrealismo e tanto meno Dalì, ma la prima volta che ho visto questo quadro, ed ero ragazzino, ho pensato: “Wow”. Quel Cristo un po’ culturista, un po’ Superman, visto come un viaggiatore dello spazio, a bordo della sua croce-astronave, beh, fa il suo effetto, ci proietta in una dimensione cosmica, siderale, anche fantascientifica…


2.

Il posto d’onore, ma di poco, lo assegno al Cristo di Matthias Grunewald del 1525, forse la più potente, espressiva e straziante raffigurazione della Passione di Cristo. Quel corpo martoriato, ridotto a legno contorto, abraso, corrugato, graffiato è la più alta espressione mai realizzata del Martirio, ce lo fa toccare nella sua ruvidezza, ce lo fa provare, il dolore, incidendolo sulla nostra pelle. Vederlo ad Isenheim dal vero produce un brivido, e un leggero, ma neanche tanto, senso di panico…


1.

E siamo arrivati alla fine di questa classifica, che spero non vi abbia troppo annoiato o irritato (tutte le scelte sono soggettive e contestabili). The winner is… E’ lui, il più ateo e materialista dei pittori del Novecento, colui che ha ridotto l’uomo a un brandello di carne sanguinolenta, a un fascio di nervi scoperti e contorti, Francis Bacon. L’artista inglese ha dipinto spesso il tema della Crocifissione, attratto da quel teatro della crudeltà che l’episodio della via crucis mette in scena. Non c’è resurrezione possibile qui, anzi, Cristo sembra abbandonare la croce, quasi a voler sfuggire al suo sacrificio, inutile, perché tanto l’uomo non è redimibile.


E mi piace concludere proprio con questa immagine, di Gesù che lascia la croce e se ne va, abbandonando l’uomo al suo destino.
Vediamo se da soli riusciamo a salvarci…

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