E’ dalla terra verso il cielo che tutto semplicemente accade, ed è nel mare tra essi disteso che tutto prima o poi si ricompone.
Come il fuoco della lava vi si spegne così il fuoco del timore vi si placa, e ciò che ne riemerge è solo acqua.

Perché il mare, al mattino, si sveglia piano e, quasi con timore, appena sfiora la spiaggia.
A sera l’invade prepotente, gliene ruba una parte. Di notte, riposa.
Il suo rumore contro le sponde pare quello di un orologio che segni il tempo delle stagioni.

Il mare è fluido, e scorre. Si insinua tra rocce e sabbia, riempie le nicchie in cui può entrare e ne abbraccia le sporgenze.
Il mare è denso, e forte. Accarezza la terra e la ferisce, la modella e scolpisce.
A ogni onda ne modifica il contorno, ma ne accoglie le rive che vi si immergono seguendo lievi pendenze, ne accetta le pareti che vi si tuffano a strapiombo.

Il mare è il mistero di onde e correnti, dell’acqua stessa, che danza e si diverte.
Trasporta i carichi leggeri e li culla, ma si discosta da quelli più pesanti, li accompagna adagio, senza danno, sul proprio fondo, dove li accoglie e li conserva. Rricoprendoli di alghe e conchiglie ne mantiene intatta la forma, ma li rende simili a sé.

Il mare segue il vento. A volte lo precede.
Si allarga in pianure lisce e ben distese, si gonfia e svuota di schiuma, si alza, sfida il cielo e batte sulla riva. Si frantuma, pare si disperda, ma sempre torna.

Perché il mare si distingue dal cielo e ne scopre i confini, eppure l’acqua in gocce li risale per un tratto, l’aria lo penetra e con esso respira.
Là, dove ogni volta pare interrompersi, un’aura lo avvolge, da esso si estende.
Perché il mare si adatta a ciascun limite e confine senza restarne prigioniero: trasforma solo la propria forma in un’altra forma.

Così avverto risacca, flusso di mare.
Canto lontano che avvolge, a me si stringe, con me, si intrattiene.
Tanto che potrei giurarlo, ancora più forte, dirlo: un suono azzurro esce dalla bocca di bianche conchiglie.

Che la voce sia delle conchiglie?

Natalia Robusti


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