Uno dei soggetti più belli della storia dell’arte è sicuramente il ritratto. Ma all’interno di questo genere occupa uno spazio particolare l’autoritratto, la rappresentazione che l’artista fa di se stesso.
Storicamente il concetto di individuazione di sé si è evoluto lentamente. Solo nel XV secolo l’artista acquista un nuovo status sociale, passando dal rango di artigiano a quello di intellettuale. La sua abilità non rientra più nelle “arti meccaniche”, ma in quelle “liberali”.
Nel Quattrocento, Ghiberti faceva parte del Consiglio dei Dieci Buonuomini di Firenze e Brunelleschi ricoprì la carica di Priore della città. Andrea Mantegna ricevette il titolo di conte palatino dai Gonzaga. Gli artisti si collocano ai vertici delle società di corte di cui fanno parte spesso in pianta stabile.
E proprio nel Quattrocento che gli artisti cominciano a firmare le loro opere, segno tangibile non solo del loro nuovo ruolo sociale, ma anche della considerazione attribuita alle opere, frutto di un lavoro unico, irripetibile ed eccezionale.
Uno dei primi autoritratti di cui si abbia documentazione è quello di Mantegna che inserisce la propria effige in una cornice decorativa della Camera degli Sposi di Mantova.
Durer è il primo artista a manifestare un’alta considerazione di sé nei suoi autoritratti.

durer
Nell’autoritratto con pelliccia del 1500, conservato a Monaco, l’artista si ritrae a 27 anni, secondo alcuni critici in un atteggiamento che seguirebbe il modello della imitatio Christi; ma il volto del pittore è privo di modestia e di umiltà, anzi sembra esprimere un alto compiacimento di sé e della propria condizione sociale, tanto che altri critici hanno fatto riferimento alle teorie degli umanisti Marsilio Ficino e Pico della Mirandola, relativamente alla concezione dell’artista considerato alla stregua di un demiurgo. La posizione frontale, la cura estrema dei dettagli, lo sguardo fisso davanti a sé rende l’immagine molto ieratica. I capelli lunghi sembrano contrastare l’indicazione di Erasmo da Rotterdam che in quegli stessi anni consigliava agli uomini di tagliarsi i capelli. La mano, secondo la prima interpretazione, riprodurrebbe il gesto del Cristo benedicente. Durer aveva già espresso questa alta considerazione di sé già in due precedenti ritratti del 1493, al Louvre, e del 1498, al Prado.
Raffaelo nel 1509 si dipinge elegante, gentile e modesto, come anche gli altri lo vedevano. Dall’immagine emerge un velo di malinconia, che sembra anticipare la morte prematura. Ai suoi funerali partecipò mezza Roma.
Tiziano dipinge un celebre autoritratto nel 1560, all’apice del successo internazionale: il suo sguardo è fiero, notevole ancora il suo vigore fisico, nonostante l’età. La pelliccia e la collana d’oro, insegna del Cavalierato conferitagli dall’imperatore Carlo V nel 1533, fanno bella mostra di sé. L’imperatore stesso si era chinato davanti a lui per raccogliergli un pennello che gli era caduto di mano.

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Nel Seicento si diffondono i trattati di fisiognomica, che studiano le espressioni del volto, e anche l’introspezione psicologica si approfondisce.
Bernini nel 1632 si autoraffigura con un’aria spavalda, il naso aquilino (segno di carattere forte, rapace), gli occhi scuri, profondi e penetranti; dal volto emerge il “carattere”, quello che Leonardo definiva con l’espressione “moti dell’anima”.

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Poussin nell’autoritratto del 1650 conservato a Parigi si rappresenta nel suo studio, sobriamente vestito, con espressione seria e autorevole, con sullo sfondo tre tele appoggiate. La prima contiene un’iscrizione; la seconda raffigura una donna che è l’allegoria della pittura, abbracciata dall’amico Chantelou. L’anello col diamante a piramide rappresenta nella simbologia stoica la constantia. In un precedente autoritratto, conservato a Berlino, Poussin si era raffigurato davanti al proprio monumento funebre, memento mori accettato con serenità e dignità .
Anton Van Dyck nel 1635 si ritrae insieme a sir Endymion Porter, quasi alla pari col potente membro della corte di Carlo I.
Rembrandt ha realizzato tra dipinti e incisioni ben 90 autoritratti, a dimostrazione del grande interesse da lui mostrato non solo alla sua immagine, ma anche agli stati d’animo che hanno caratterizzato le varie fasi della sua vita. Nel 1630 realizza diverse acqueforti, autoritraendosi in diverse espressioni facciali, quasi un’enciclopedia dei sentimenti, che sarà ripresa da Charles Le Brun nel 1698.
Nel 1640 Rembrandt si ritrae in posa come nel cosiddetto “Ariosto” di Tiziano, atteggiandosi a ricco borghese (il dipinto è conservato a Londra). Nell’autoritratto del 1659, invece, custodito a Washington, Rembrandt si rifà al modello del Castiglione ritratto da Raffaello, cioè in veste di gentiluomo e cortigiano.
Nell’autoritratto del 1661, di Londra si raffigura come un uomo, ormai stanco e in declino.
Uno degli ultimi autoritratti (1669) vede Rembrandt, che amava i travestimenti e i costumi, nella veste del pittore greco Zeusi, che secondo la leggenda morì dal ridere mentre ritraeva una vecchia piena di rughe.

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Francisco Goya si ritrae nel 1795 in piedi davanti al cavalletto, davanti a una finestra che fa risaltare la sua immagine in controluce, con in testa un curioso cilindro che veniva usato per illuminare i quadri con le candele. Il taglio dell’immagine è molto originale.
Nell’Ottocento nasce la fotografia e molti pittori se ne servono sia per i ritratti che per gli autoritratti. Degas nel 1863 si ritrae come un borghese che saluta col cappello in mano.
Nel Novecento l’autoritratto esprime l’ansia e l’inquietudine dell’artista, la solitudine e l’angoscia di chi crea, anche in contrasto con la società. Prove emblematiche di questa esperienza sono gli autoritratti di Van Gogh, vera e propria autobiografia della sua vita interiore.

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Anche Gauguin si rappresenta come un santo martire (con l’aureola, la mela e il serpente), nell’autoritratto del 1889.
Munch nel 1895 si rappresenta con un taglio di luce dal basso che deforma i suoi connotati, rendendolo una figura spettrale.
Kirchner, pittore espressionista, si raffigura nel 1915 in veste di pittore-soldato, con le mani mozzate, indifferente al mondo femminile alle sue spalle, con tratti fisici deformati dalla Grande Guerra che ha devastato le coscienze d’Europa.
Dopo guerre e dittature l’arte si fa promotrice di un certo “ritorno all’ordine”, che si ispira ancora agli ideali della classicità. De Chirico nel 1922 si raffigura con il busto di Euripide.
Il Surrealismo tiene conto delle nuove teorie psicanalitiche e della scoperta dell’inconscio. Alberto Savinio nel 1936 si ritrae con le sembianze di uno strano animale, mezzo gufo e mezzo gatto.
Bacon deforma i propri connotati, riducendo il proprio volto ad un grumo di carne.
Warhol invece considera, nell’epoca della “riproducibilità tecnica”, la propria immagine alla stregua di tutte le altre immagini, manipolate dal mondo dei media, non diversamente che se fosse un barattolo di minestra in scatola.
Tra gli artisti contemporanei anche Cattelan ha realizzato alcuni autoritratti, attraverso dei pupazzi o delle maschere ironiche e divertite, che vogliono dissacrare l’immagine e quindi anche il ruolo dell’artista.

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Insomma, il genere continua ad ispirare gli artisti, tra istanze narcisistiche e desiderio di autoanalisi.
Una cosa comunque è certa: l’autoritratto è sempre il ritratto di un… altro da sé.