Cercare di rispondere alla domanda “Chi sono?” può essere molto pericoloso.
Ne sa qualcosa Vitangelo Moscarda, il protagonista del romanzo di Pirandello “Uno nessuno centomila” che, nel tentativo di risolvere questo enigma, rischia la sua salute mentale.
La ricerca di sé, il desiderio di conoscersi è quindi destinato a fallire o, nel migliore dei casi, a deludere, perché l’io, quando cerca di definirsi, sfugge come un gatto, si traveste, gioca a nascondino.
Ne consegue che autobiografie e autoritratti appartengano più al genere della finzione che del documento, perché ogni sforzo di descrivere la realtà di se stessi si traduce immancabilmente nella costruzione di un personaggio.
La prova? Pensate forse di conoscere Durer, Rembrandt o Van Gogh tramite i loro autoritratti? In realtà, anche loro hanno raccontato una storia, inventato un personaggio, altro da sé: l’eroismo del Rinascimento, l’ascesa e la caduta dell’Olanda, il diario di un’anima sofferente. Nel loro caso, la verità dell’uomo e la finzione del personaggio coincidono in un’unica immagine.
Ciò non vuol dire che si debba rinunciare alla ricerca di sé, di una sua definizione, consapevoli, però, che questa può essere solo un compromesso col regno della fantasia e dell’immaginario. Compromesso che, personalmente, in queste pagine, sottoscrivo in pieno e condivido con voi.
Mi astengo, quindi, preventivamente, da ogni velleità di definirmi, ma non da quella di presentarmi: io sono colui che dice di essere Gerri Lunatici.
A voi, se lo desiderate, il compito di scoprire chi è mai costui…

Gerardo Lunatici