Tra ciò che vedo e dico, tra ciò che dico e taccio,
tra ciò che taccio e sogno, tra ciò che sogno e scordo, la Poesia.

Octavio Paz

Parole come bolle di sapone

Parole, parole, parole, soltanto parole… parole tra noi” cantava Mina negli anni ’70, relegando a quel soltanto la pochezza di senso che potenzialmente tutte le comunicazioni, non soltanto quelle vacue o fittizie, nascondono tra le righe.

Poche strofe di una canzone immortalano in un banale paradosso il potenziale passivo-aggressivo delle parole che, seppure portatrici di significato per la loro natura, possono essere al contempo insignificanti, in una sorta di soliloquio mascherato, spesso malamente, da dialogo.

Del resto si sa: le parole possono non solo non dire nulla, ma anche dire tutt’altro rispetto alle intenzioni di chi le pronuncia, mostrando in controluce la tendenza all’insidia propria del linguaggio umano e la sua naturale vocazione al fraintendimento.

Il tutto abilmente occultato tra vero e non vero, falso e non falso o chissàchilosa anche indipendentemente dalla premeditazione e dalla volontarietà del soggetto parlante.

Il confine, in sé, è labile quanto vertiginoso.
Da qui alla bufala o, ancora peggio, all’oltraggio e all’aggressione, il passo è sorprendentemente breve. E, giocoforza, doloroso.

Le parole mostrano in controluce la naturale vocazione al fraintendimento tipica del linguaggio… Click To Tweet

Parole come macigni

Il linguaggio dell’uomo, tra le innumerevoli varianti e interpretazioni di cui è oggetto-soggetto, è custode di una funzione essenziale, quella di medium nel senso ampio del termine, ed è per questo vocato a generare legami di senso.

Questi legami uniscono e collegano, per lo meno in potenza, ciascun mondo con gli altri che gli sono intorno: quello dei significati con quello dei significanti, quello del pensiero con quello delle azioni, quello di un uomo con quello di un altro.

E fin qui tutto bene.
Se non fosse che, quando vengono infranti, questi stessi legami – più o meno forti e veritieri, mai completamente disinteressati – producono un effetto di rottura dirompente.

Il crollo del patto di fiducia tra parla e chi ascolta rimbalza i due attori del mancato dialogo assai più lontani tra loro di quanto non fossero prima.

La differenza tra vero, verosimile e falso, da potenziale che era, si trasforma a un tratto in una frattura concreta, impressa a fuoco nel sentimento di sfiducia suscitato e che difficilmente potrà far tornare sui loro passi i due interlocutori, ormai immersi ciascuno nel suo primordiale, diffidente silenzio.

Infranta la promessa del legame, dunque, la parola, si pone come una barriera insormontabile tra quei due mondi prima tra loro soltanto sconosciuti e ormai irrimediabilmente nemici.

La differenza tra vero, verosimile e falso, da potenziale che era, si trasforma in una frattura… Click To Tweet

Dire, fare e baciare, lettera e testamento

La dicotomia tra parola e azione non ha mai poggiato, del resto, su stabili fondamenta, a partire dalla natura verbo-motoria del linguaggio umano nella sua tradizione orale. Gli studi delle neuroscienze ci mostrano finalmente oggi – anche via imagingl’intrinseco e indissolubile legame tra il linguaggio immaginato e il linguaggio agito.

Il tema è diventato di recente materia di indagine in termini predittivi per un gruppo di studiosi statunitensi che hanno “assunto a oggetto di ricerca il pensiero narrativo, dimostrando come la nostra mente a partire dall’infanzia si fondi su narrazioni in cui apprendiamo a correlare eventi come cause ed effetti, a fare di uno stato interiore il motore di un fatto esterno.”

Oggi la narratologia viene addirittura interpretata come una sorta di simulazione all’interno del percorso che va dall’immaginazione alla messa in atto delle azioni dell’uomo, in una sorta di meccanismo virtuale di generazione di senso che, non appena messo a punto, si incarna letteralmente nella realtà.

E se tra dire e il fare il mare non c’è più – e neanche c’è forse mai stato – questo implica una serie di conseguenze di cui oggi, nell’abisso di conversazioni, algoritmi e commenti in cui siamo immersi, occorre tenere conto come non mai.

Al di là della nostra personale propensione a considerare apocalittica o integrata l’evoluzione della comunicazione umana, infatti, la parola, affidata all’ecosistema digitale e liquido, anziché navigare nell’onda, affonda, si sedimenta e si imprime, al pari di una sentenza, nella roccia di fondali irrequieti, ostili.

Capaci, alla minima scossa, di riemergere con l’impeto di un maremoto.

La parola, affidata all'ecosistema digitale e liquido, anziché navigare nell'onda, affonda. Click To Tweet

Non cogito, dunque sono?

La web-parola, capace di durare per tutto il tempo di una serp di google e della timeline dei vari social, una volta tuffatasi nel blob-web, è in grado di generare, a seconda dei casi, un piccolo splash, una serie di cerchi concentrici nell’acqua piuttosto che un vero e proprio tsunami, facendo spesso non pochi danni.

Fin qui niente di nuovo.

Ma chi oggi, per noia o per mestiere, posa la lente d’ingrandimento sulle tante parole espresse in rete per giocarci o rifletterci sopra, non può ignorare quelle di Octavio Paz che, oltre a interrogarsi sul come si sia arrivati a poter dire di un detersivo che è “meraviglioso” (facciamo mea culpa, miei cari social-marketing-boys & girls), ci ricorda che:

Quando una società si corrompe, a imputridire per primo è il linguaggio. La critica della società, quindi, inizia con la grammatica e il ristabilimento dei significati”.

Per risalire al significato e alla grammatica occorre partire dal pensiero che l’ha prodotto, ancor prima che dalle parole usate per esprimerlo, poiché è sempre nell’antefatto che si definiscono le regole del gioco, ed è sempre nel non detto che si pongono le condizioni del patto narrativo che le parole perseguono una volta uscite dall’oscurità.

Nell’intenzione a parlare, mossa da slancio e volontà insieme, si trova infatti il movente dei significati che pronunciamo, si disegna la movenza dei significanti che enunciamo, con parole più o meno seducenti, più o meno evanescenti, più o meno lapidarie.

In quella stessa intenzione si trovano in nuce non solo i nostri pensieri, ma anche, in potenza, le parole che altri pronunceranno di conseguenza. Perché le parole possiedono il potere della persuasione e, una volta uscite da una bocca così come da una penna, hanno sempre un prezzo da pagare.

Nell'intenzione a parlare si trova il movente e si disegna la movenza dei significanti che enunciamo. Click To Tweet

Parole capaci o parole rapaci?

Ogni volta che si parla di potere, qualsiasi forma esso prenda, si pone una questione etica: chi, in nome di cosa, a favore di chi altri, a quale prezzo e per quale scopo, si trova in una posizione di dominanza?

Nel caso del linguaggio scritto il vantaggio iniziale è nella penna di chi parla per primo. Sua – per una percentuale non irrisoria – è anche una porzione di responsabilità sia del possibile fraintendimento generato dalle sue parole che dell’eventuale offesa arrecata. Qualunque movente lo muova, qualunque movenza abbia deciso di seguire.

Certo, le parole lanciate nel vuoto di un contesto fisico non condiviso e all’apparenza innocuo, come quello del web, non aiutano la consapevolezza dell’azzardo comunicativo cui ogni conversazione espone, perché all’impalpabilità della parola (un tempo scritta sulla carta) si aggiunge l’immaterialità di quella riprodotta online.

E già questo basterebbe a spiegare la quantità (e la qualità) di tanti contenuti privi di senso, grazia e significato disseminati a ogni istante nella rete.

Se poi aggiungiamo le velleità e le pulsioni dello scrivente o, peggio ancora, il dolo e la malafede dissimulati, ecco che le parole sono potenziali artigli che là, dove si posano, colpiscono non poche prede.

Con l’aggravante che tutto il processo comunicativo tra ciò che si pensa, ciò che si vorrebbe dire, ciò che si dice e ciò che viene invece compreso, avviene in un nanosecondo.

Per gli algoritmi, beati loro, è un lasso di tempo più che sufficiente a non commettere errori, ma per noi umani è invece il primo segno di una tempesta perfetta che può addensarsi all’orizzonte in ogni istante.

Velocità e scrittura: i primi segni di una tempesta perfetta che può addensarsi in ogni istante. Click To Tweet

Parole boomerang

Capita così che le parole, in volo da un lato all’altro del web, scatenino gli elementi naturali della reazione, anche senza intenzionalità. Può essere un’offesa, un’ingiuria, un’intemperanza, una semplice insinuazione: non c’è niente di peggio di una parola che dice quel che non voleva dire.

Si pone quindi ora la questione del “che dire”? A parte tacere, se non si è sicuri di quel che si sta dicendo 😉

Che fare e che dire, sopratutto noi, che nella comunicazione sguazziamo ogni giorno, per mestiere e per passione?

La risposta è quasi banale: in soccorso ci viene lo stile, che è una misura qualitativa e quantitativa che gioca soprattutto sulle proporzioni, lungo il crinale della relazione. Tra il detto e il non detto, il detto prima e il detto dopo, e soprattutto sul come viene detto.

Perché lo stile non è solo una movenza estetica, ma un’intenzione messa allo scoperto. Nel caso della parola, è l’audace passo verso l’altro, il desiderio di conoscere che confida nel legame, lo difende e lo spiega, pazientemente, a se stesso, agli altri, al web e perfino agli algoritmi 🙂

Facile a dirsi, difficile a farsi, ancor più difficile da scrivere.

Occorrono pazienza e cura, mestiere e capacità d’improvvisazione. Amore per le parole dette e per quelle non dette. E più di tutto occorre appropriarsi, una volta per tutte, delle proprie armi. Di prevenzione ancor prima che di difesa.

Si pone quindi la questione del “che dire”? A parte tacere... 🙂 Click To Tweet

L’arco e le frecce

Il confine tra l’auto censura, la pertinenza del messaggio rispetto all’incisività e la libertà d’espressione si gioca su un filo sottile, teso come la corda di un arco pronto a lanciare una freccia verso il bersaglio della comprensione.

Diciamo allora che lo stile, sinolo “di grafia, ritmo, tono, taglio di pensiero, lessico ed ogni altro fattore che oggi, intuitivamente, ricomprendiamo nello stile di scrittura” può essere equiparato all’arco, strumento e mandante delle nostre parole, mentre loro, le frecce, sono le parole. Da maneggiare con cautela.

Come per ogni arte del combattimento, in primis ci sono le regole, che possono essere così riassunte:

  • non pronunciare parola invano: attento a quelle che usi e a come, dove e con chi lo fai;
  • non gettare parole nello stagno e poi scappare: rimani nella tua postazione e rispondi in prima persona di quello che dicono, non dicono e fanno dire;
  • usa parole aperte e non chiuse, mai lapidarie se non in casi estremi, e sempre pronte a tornare sui loro passi: non per smentirsi, ma per dispiegarsi appieno;
  • usa parole che fanno sorridere: l’ironia è la misura per eccellenza, la proporzione salvifica tra il peso della realtà che ci sovrasta e la precarietà della nostra natura;
  • alza l’asticella del vocabolario: aggiungere nuove parole vuol dire aprire universi interi, fare una mossa che appare forse un azzardo, ma altro non è che un atto di fiducia;
  • mai, mai e poi mai usa parole che non corrispondono alla tua percezione del vero: non si tratta di sincerità, qui, ma del coraggio delle proprie parole così come delle proprie azioni.
  • Non pronunciare parola invano: attento a quelle che usi e a come, dove e con chi lo fai. Click To Tweet

Decir, hacer – Octavio Paz

Chiudo così come ho iniziato, con una poesia di Octavio Paz.

Niente come la poesia – ma questa è un’altra storia – sconfigge il detto e non detto, compreso e frainteso, scartandoli in un balzo e riparando altrove. Chiunque, ovunque e in qualunque tempo, la può comprendere. In piena luce, in un verso audace e carico di senso.

Scivola
tra il sì e il no:
dice
ciò che taccio,
tace
ciò che dico,
sogna
ciò che scordo.
Non è un dire:
è un fare.
È un fare
che è un dire.
La poesia
si dice e si ode:
è reale.
E appena dico
è reale,
si dissipa.
È più reale, così?

Octavio Paz


Articolo pubblicatoper la community #adotta1blogger in occasione dell’evento Parole O_Stili