AUTORE: Gerardo Lunatici.

Nessuno si ricordava più come fosse capitata nel bosco.
C’è chi diceva che era stata abbandonata dopo una rapina, chi invece sosteneva che era uscita fuori strada ed era arrivata fin lì scivolando dalla scarpata in mezzo agli alberi. La versione più accreditata, però, era quella del barista che aveva ereditato la gestione dell’unico bar del paese da suo padre e da lui aveva sentito dire che l’auto era stata abbandonata da due amanti clandestini che si erano inoltrati nel bosco per fare l’amore, ma poi si erano addormentati e la forte pioggia della notte aveva intrappolato nel fango la macchina. Tornati a casa con l’autostop i due avrebbero raccontato, rispettivamente, alla moglie che gli avevano rubato l’auto e al marito che aveva dormito da un’amica. Dei due amanti non si seppe più nulla, ma la Ritmo 1100 che aveva ospitato il loro amplesso segreto rimase lì, nessuno venne a riprendersela. Ormai era la fine dell’estate e il bosco l’aveva ricoperta di foglie. La neve dell’inverno poi l’aveva definitivamente inglobata nel terreno. In primavera aveva suscitato la meraviglia di qualche turista che passeggiava da quelle parti.
Insomma, gli anni passarono e i pochi abitanti stabili del luogo si abituarono alla sua presenza. Anche perché non dava fastidio a nessuno, se ne stava lì, nel bosco, non tanto lontano dalla strada principale, ma infrattata a sufficienza da non essere visibile, mezza ricoperta dai cespugli. Lì sotto la luce filtrava appena, smorzata dall’intrico dei rami dei castagni, dei faggi, delle querce. E camminare nel sottobosco non era facile, per il fitto susseguirsi di arbusti, di caprifogli, di sambuchi, di pungitopo. Muschi e licheni, ricoprivano il terreno, e le felci avevano abbracciato la macchina, che si ritrovava come risucchiata dalla vegetazione.
Aveva perso una portiera, chissà come, e dentro l’edera si era inerpicata attaccandosi al volante, fino a intrecciarsi con lo specchietto retrovisore e scendere con teatrale abbandono dal tettuccio. Altre piante rampicanti si erano impossessate dell’interno, ligustri e campanule si stendevano sui sedili, ghiande e bacche colorate erano sparse sui tappetini. Il vano del guidatore era invaso da un fitto groviglio di rami di fusaggine, intrecciati come un tessuto, su cui si distribuivano foglie di forme diverse.
Prataioli e vesce attiravano lì intorno i cercatori di funghi, per i quali quel rottame era diventato un punto di riferimento.
Al variare delle stagioni cambiavano anche gli ospiti di quella accogliente tana: lumache e grillitalpa, lucertole e ragni, cicale e ranocchie si avvicendavano, trovando rifugio tra le lamiere di quella macchina. Allodole e cinciallegre avevano nidificato nel vano portaoggetti e i pettirossi lanciavano i loro stridi dallo specchietto retrovisore esterno destro, ormai penzolante.
Molti altri animali erano entrati e usciti da quel luogo, alla ricerca di cibo, di protezione, o per semplice curiosità. Un ramarro era sgusciato via silenzioso e rapido, un rospo smeraldino si era fermato sotto uno pneumatico sgonfio e poi era balzato via; perfino un ghiro, una volta, si era spinto in esplorazione al suo interno, abbandonandolo dopo poco con un salto. Ultimamente una coppia di faine aveva amoreggiato su quei sedili, rinverdendo i fasti dell’alcova che era stata un tempo, quella notte di pioggia di tanti anni fa.
Una metamorfosi si stava lentamente compiendo e le lamiere, sempre più scrostate, avevano assunto il colore della terra, le parti metalliche, corrose dalla ruggine, si confondevano con le piante, i vetri, là dove ancora resistevano, erano diventati opachi e salmastri.
Ancora qualche anno e di quell’auto non sarebbe rimasto più niente, se non qualche pezzo di ferro consunto, lo scheletro fossile di quel manufatto umano che era stato un tempo.
Nessuno più ci avrebbe fatto caso, nessuno se ne sarebbe più ricordato…
Nei secoli dei secoli. Amen.