Era la prima volta in vita sua che scendeva in piazza. Non lo aveva mai fatto, neanche da giovane. Quando i suoi compagni di classe partecipavano a qualche manifestazione, o occupavano, anzi okkupavano, la scuola, lui se ne stava in disparte, li osservava tra lo scettico e il divertito, godendo dei giorni di vacanza che la “lotta dura senza paura” gli regalava, delle ore passate a leggere, dei giri in bicicletta, delle serate all’osteria con i suoi amici, a discutere di filosofia e di letteratura. Sempre tra maschi, naturalmente. Le ragazze, a quelle serate comparivano come meteore, e come meteore scomparivano dal loro orizzonte assai velocemente.
Tuttavia, anche lui, che era un tipo timido e solitario, ne aveva trovata una, di ragazza intendo, all’università, un tipo schivo, carina ma un po’ dimessa, che restò colpita dal suo fare ruvido e sognante. Quei due anni erano stati belli: vivevano a Bologna, frequentavano le lezioni, passeggiavano sotto i portici, si amavano la sera nelle loro stanzette affittate tra via Irnerio e via Zamboni, insieme ad altri 100.000 studenti.
Le cose cambiarono quando lei rimase incinta. Guido lasciò l’università e si mise a cercare un lavoro. Lo trovò in un’azienda che realizzava pompe idrauliche. Fu assunto come operaio, poi, visto che era istruito, lavorò come impiegato all’ufficio personale.
Adesso, dopo vent’anni, si ritrovava in piazza in mezzo alle bandiere rosse del sindacato e con un megafono in mano, per protestare contro la politica dell’azienda che prevedeva un taglio del personale e il trasferimento di alcune linee produttive in un paese dell’est Europa.
Osservava con amarezza i passanti che gettavano uno sguardo indifferente verso di loro. Pensava a sua moglie, che era ancora una precaria della scuola, e soprattutto ai suoi due figli, che andavano alle superiori.
Un’esplosione violenta lo riportò alla realtà: vide un fuggi-fuggi generale e le bandiere e gli striscioni cominciarono ad ondeggiare come scossi da una raffica di vento. Una sirena della polizia coprì le voci e le urla della gente.
Guido era rimasto immobile, col megafono in mano, si guardava intorno un po’ stordito, non sapeva cosa fare. Decise di avviarsi verso il luogo dell’esplosione, là dove un fumo nero e denso si alzava verso il cielo. Camminava lentamente, aprendosi un varco a fatica tra la folla che correva in senso opposto. Via via che si avvicinava alla fonte di quel boato, sentiva montare in lui un senso di ansia crescente. Un oscuro presagio si fece largo nella sua mente. La colonna di fumo veniva proprio dalla strada dove aveva parcheggiato la sua auto. La sua auto “nuova”, precisò dentro di sé, come se stesse parlando ad un immaginario interlocutore… un’auto comprata a leasing, di cui aveva pagato solo la prima rata. Si arrestò tremante al solo pensiero. Ma quel dubbio era più insostenibile della certezza di una cattiva notizia. Che puntale arrivò dopo pochi passi.
L’esplosione aveva colpito una camionetta dei carabinieri posteggiata sulla strada: davanti ad essa un’auto aveva preso fuoco e bruciava emanando un odore acre. Era proprio la sua.
Guido si fermò e abbassò la testa. I suoi piedi calpestarono una bandiera.
Che Guevara volgeva altrove il suo sguardo.