Esiste ancora il mito, come quello dello scienziato folle, dell’artista pazzo?

L’idea romantica del creatore tutto “genio e sregolatezza” è dura a morire, e alimenta ancora la fantasia del pubblico, popolare o colto che sia. D’altra parte i miti, come sostiene Galimberti, fanno parte del nostro modo di leggere la realtà e la vita, e di interpretarle.

Basta sapere, almeno, che si tratta di miti.

E chi è il prototipo universale dell’artista pazzo, malato, suicida, all’età, non casuale secondo Caroli, di 37 anni? Che in vita non vendette neanche un quadro e che post-mortem ha raggiunto le quotazioni più alte alle aste internazionali? Ma lui, il mitico Vincent, come firmava le sue opere (privilegio concesso solo ai grandissimi quello di passare alla storia solo con il nome: Raffaello, Michelangelo, Leonardo, Tiziano…).

E’ lui, Vincent van Gogh (1853-1890) l’artista considerato oggi “il pittore malato” per eccellenza. La natura della sua malattia, che si manifestò prima dei trent’anni, è stata oggetto di numerose ricostruzioni e interpretazioni diagnostiche, fondate soprattutto sulle numerose lettere che Van Gogh stesso scrisse al fratello Theo. Nel momento in cui le sue crisi, caratterizzate soprattutto da allucinazioni e attacchi di tipo epilettico, si manifestavano, l’artista “cadeva” in uno stato di profonda depressione, ansietà e confusione mentale, tanto da renderlo totalmente incapace di lavorare. Van Gogh disse di sé: “…sono un pazzo o un epilettico“.

È noto inoltre che, come numerosi artisti dell’epoca (Manet, Degas, Toulouse-Lautrec), anche Van Gogh facesse uso di una bevanda alcolica decisamente tossica ma assai in voga nella Francia di quel periodo: l‘assenzio. Il pittore Paul Signac, amico di Van Gogh, raccontò un episodio che sottolinea l’ultimo periodo della vita del grande pittore: “Tutto il giorno mi aveva parlato di pittura, letteratura, socialismo. A sera era un po’ stanco. Voleva bere d’un colpo un litro di essenza di trementina, che si trovava sul tavolo della camera“.

Un anno prima della sua morte Van Gogh, dopo una violenta discussione con il pittore amico Gauguin, si recise l’orecchio sinistro per poi regalarlo ad una prostituta. Un suo autoritratto testimonia l’episodio di automutilazione che contrassegnò la sua malattia. Alcuni biografi hanno interpretato in chiave psicanalitica questo gesto attribuendogli il valore di un’autocastrazione (come l’autoaccecamento edipico).

C’è anche chi ha assegnato un ruolo decisivo nell’evoluzione della sua malattia al dottor Gachet, presso cui l’artista era in cura. Il dottore, anche lui con i capelli rossi, pittore dilettante frustrato, soffriva di depressione a causa della recente morte della moglie, e si curava con infusi di laudano (pianta che compare anche nei ritratti che Van Gogh fece del dottore). Secondo alcuni psicanalisti, tra il dottor Gachet e Van Gogh sarebbe avvenuto un transfert al contrario: il dottore è guarito dalla depressione facendo suicidare il suo paziente-alter ego.

Alcuni studi [Lee, 1981; Lanthony, 1989; Arnold, 1991; Elliot, 1993] hanno tentato di mettere in relazione la malattia di Van Gogh con la sua passione per il colore giallo, che predomina nelle tele del periodo francese. Offuscando un po’ la sua “reale” creatività questi autori sostengono che i colori caldi – e così “veri” – gli furono ispirati soprattutto dalle allucinazioni visive, in grado di alterare il senso cromatico e la percezione di forma e dimensione. Molti suoi capolavori possono apparire realmente “allucinati”, ma forse la creatività di Van Gogh nasceva anche dalla “geniale” capacità di guardare la realtà da prospettive non ordinarie.

Uno degli ultimi suoi dipinti realizzati è un campo di grano su cui volano delle cornacchie nere…

Gran parte della produzione migliore di Vincent si concentra negli ultimi due anni della sua vita. Malato o no, ha lavorato come un “pazzo”, appunto, sublimando, tanto per restare nel linguaggio freudiano, il suo dolore.

Un uomo autentico, un artista vero, al di là di ogni mito.

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