La particolarità della condizione femminile durante tutto l’arco della storia ha condizionato anche il mondo dell’arte, e non solo per quel che riguarda il numero limitato delle donne artiste (sono pochi i nomi che possiamo citare: Rosalba Carriera, Sofonisba Anguissola, Artemisia Gentileschi, Mary Cassat, Berthe Morisot, Frida Khalo e poche altre).
Lo scarso peso sociale delle donne ha fatto sì che la committenza delle opere d’arte fosse quasi sempre affidata agli uomini che quindi hanno influenzato l’immagine pubblica della donna, conformandola agli stereotipi culturali che nel corso della storia si sono succeduti.
Nell’antico Egitto solo le mogli dei faraoni avevano il privilegio di avere il ritratto, come Nefertiti.


Nell’antica Grecia il mondo femminile è del tutto subordinato a quello maschile e non ci sono pervenuti ritratti femminili, se non generiche e idealizzate immagini di divinità. I primi ritratti muliebri si devono attribuire alla civiltà etrusca, che ha espresso immagini realistiche e vivaci nei coperchi dei canopi e delle urne funerarie (come nel caso dei vecchi sposi del sarcofago di Volterra).


I Romani hanno realizzato numerosi ritratti di matrone, cioè di donne dell’aristocrazia, anche esponenti della famiglia imperiale, che esprimono i valori morali di compostezza, austerità e senso della famiglia, promossi da Ottaviano Augusto con la Lex Iuliae.


Nel Medioevo le uniche immagini femminili che si diffondono sono quelle della Vergine Maria e di alcune sante, espressione dei valori morali cristiani, che subordinano la donna al ruolo quasi esclusivo di moglie e madre.
Bisognerà aspettare l’affermarsi della cultura gotica per vedere la figura della donna esaltata anche da un punto di vista più terreno e laico, dai poeti stilnovisti, per esempio, che la vedono come un angelo sceso sulla terra a mostrare il miracolo della bellezza. Beatrice, Laura, Selvaggia, sono il prototipo di una femminilità nuova, più sensuale ed erotica, che traspare anche in alcune immagini di Madonne del Trecento, raffinate, leggiadre e vagamente sognanti. Si cominciano a realizzare i primi ritratti di corte che vedono protagoniste anche le donne, mogli e figlie di signori.
Nel Quattrocento, con lo sviluppo dell’Umanesimo, la vita cittadina coinvolge le donne in una diversa dimensione, più terrena e laica, tanto che compaiono nei ritratti anche le mogli di ricchi borghesi e mercanti.
Nel Rinascimento questo processo si accelera, si afferma un ideale di bellezza femminile che, indipendentemente dal ceto sociale di appartenenza delle donne ritratte, troverà spesso un’espressione nei quadri dei grandi maestri.
Rogier van der Weyden, “Ritratto di giovane donna”, 1460. Rispetto all’ossessiva cura del dettaglio di Van Eyck, Van Der Weyden opera un processo di stilizzazione che accentua la finezza delle forme. Gli occhi abbassati sono segno di umiltà (come le donne delle poesie stilnoviste), le mani sottili e congiunte sono atteggiate a preghiera. Il velo sulla fronte accentua l’effetto di sensualità e i capelli tirati indietro allungano gli occhi.


Pisanello, “Ritratto di giovane donna di casa d’Este”, 1433. Pur essendo contemporaneo di Van Eyck e Campin la sua pittura è molto diversa; Pisanello è ancora un artista di corte e il suo è ancora il mondo cavalleresco del tardo-gotico. Il ritratto di profilo risente della tradizione della numismatica romana, ma anche della araldica, cioè della composizione degli stemmi nobiliari, che fa risultare la rappresentazione un po’ piatta. Ci sono due ipotesi sull’identità della ragazza raffigurata: o Margherita Gonzaga, moglie di Lionello d’Este (ritratto anch’egli da Pisanello) o Ginevra d’Este, moglie di Sigismondo Pandolfo Malatesta, fatta avvelenare a 22 anni. I fiori sullo sfondo sono simbolo di castità, ma la farfalla rappresenta la morte prematura.


Leonardo, “Cecilia Gallerani”, 1484. La giovane era l’amante di Ludovico Sforza, duca di Milano. I lineamenti sono dolci e morbidi, il volto è rilassato nonostante la forte torsione del collo. La capigliatura è raccolta sotto il mento secondo la moda dell’epoca. L’ermellino è un animale simbolico: in greco si dice gale, come Gallerani, inoltre era l’animale araldico degli Sforza. Nel medioevo era simbolo di castità e purezza (secondo il mito, muore se sporca il suo candido mantello). Tuttavia, al di là dei significati simbolici, l’animaletto nelle mani di Cecilia mostra tutta la sua ferocia negli artigli aperti e la sua potenza sessuale.


Leonardo, “La Gioconda”, 1503. Il titolo risale all’interpretazione di Giorgio Vasari secondo il quale la modella era madonna Elisabetta, moglie di Francesco di Bartolomeo, marchese di Zenobi del Giocondo, e quindi soprannominata la Gioconda. Leonardo non si separò mai dal quadro che portò fino in Francia alla corte di re Francesco I, forse per finirlo. Il velo allude alla cerimonia nuziale, ma è anche simbolo di castità e il sentiero sullo sfondo alluderebbe al tortuoso cammino che conduce alla virtù. Il misterioso sorriso rimanda alla pratica della dissimulatio, cioè alla volontà di nascondere le emozioni, come lascia intendere anche la postura delle mani (in anticipo rispetto ai principi dichiarati nel “Cortegiano” di Castiglione). Il paesaggio alle spalle potrebbe essere l’Arno (con i due laghi primordiali di cui parla Giovanni Villani nelle sue “Croniche fiorentine”), o il Ticino. Misterioso il ponte sulla destra, testimonianza dell’attività umana.


Giorgione, “Laura”, 1506. Essendo poche le notizie su Giorgione, pochi sono anche i dati su diverse sue opere, che restano misteriose e indecifrabili (il caso più famoso è quello della “Tempesta”). Non si sa quindi chi sia la donna rappresentata, ma da una serie di simboli possiamo ricavare alcune informazioni: la pianta di alloro potrebbe alludere al nome, Laura; il velo, al rito matrimoniale; il seno scoperto, ad una promessa di maternità (anche se nella tradizione classica il seno scoperto identificava le guerriere amazzoni); le forme un po’ abbondanti rispondono all’ideale di bellezza femminile dell’epoca, e quindi l’ipotesi che si tratti della Laura del Petrarca è da escludere. Alcuni critici la identificano come Vittoria Colonna. Il dipinto è stato tagliato nella parte bassa.


Agnolo Bronzino, “Laura Battiferri”, 1555. Bronzino, per essendo un esponente del movimento manierista, si rifà al modello arcaico dell’effigie da medaglione e ritrae di profilo Laura Battiferri, donna dalla forte personalità: rimasta vedova a 27 anni si era risposata con lo scultore Bartolomeo Ammanniti e fu apprezzata poetessa. Con le dita indica un sonetto del Petrarca. Il naso aquilino e il lungo collo conferiscono un’aria altera e maestosa alla donna, che sembra incarnare il nuovo modello femminile vicino al clima della Controriforma cattolica (1544-63).

Tiziano, “Isabella del Portogallo”, 1548. La moglie di Carlo V era in realtà morta da tempo quando l’imperatore commissionò a Tiziano il ritratto della sua Isabella. Al pittore fu consegnato un vecchio ritratto della regina, per farlo rivivere. Tiziano, in effetti, ridà vita a Isabella, ma è come se la sua effigie risultasse un po’ impalpabile, quasi fosse un fantasma: gli occhi chiari perduti nel vuoto, i capelli biondi sottilissimi, il pallore del volto, l’abito stesso passato di moda, tutto ciò rende l’immagine della regina come di una creatura che riaffiora dall’Oltretomba.


Parmigianino, “La schiava turca”, 1530. La giovane donna raffigurata è detta erroneamente la schiava turca a causa della sottile reticella di maglie dorate che racchiude i capelli, che è stata scambiata per un turbante di foggia moresca. Inoltre la ragazza non è certo una schiava… Il restauro del 1954 ha fatto emergere la brillantezza dei colori e la grande luminosità. Il Pegaso sul medaglione sembrerebbe attribuire la damigella alla famiglia Cavalli di Casalmaggiore, ma è solo un’ipotesi. La sinuosità delle linee rende molto armonica, dolce e sensuale l’immagine.


El Greco, “La dama dell’ermellino”, 1577. Maestro del Manierismo spagnolo, El Greco ritrae qui una dama elegante, probabilmente la moglie, in un atteggiamento molto realistico, cogliendone lo sguardo vivo e sensuale, e facendo di questa donna un esempio di bellezza femminile senza tempo. L’ermellino è simbolo di purezza, come abbiamo già visto nel ritratto di Cecilia Gallerani di Leonardo.

Vermeer,La ragazza con l’orecchino di perla”, 1665. Questo quadro ha ispirato il romanzo di Tracy Chevalier e l’omonimo film. Vermeer, a cui sono attribuiti non più di una quarantina di quadri certi, è artista che è stato rivalutato nel secolo scorso (nella Recherche di Proust, il protagonista Swann trascorre molte ore a osservare la Veduta di Delft di Vermeer). Soprattutto i suoi ritratti femminili, improvvisamente illuminati da una luce laterale, colgono queste fanciulle in atteggiamenti di quotidiano stupore, di misteriosa contemplazione, tanto che questo quadro è stato definito “La Gioconda del Nord”. La ragazza ritratta potrebbe essere una domestica o una degli undici figli del pittore.

David, “Madame Recamier”, 1800. In questo quadro David rappresenta la nobildonna francese come se fosse un’antica matrona romana, sia per l’acconciatura e i vestiti, che per l’arredo, stile impero. Napoleone è il nuovo Augusto l’immagine che ne deriva è quella di un neoclassicismo austero e sobrio.


Goya, “La lattaia di Bordeaux”. 1825. Lasciata la Spagna e rifattosi una vita a Bordeaux, Goya sembra ritrovare negli ultimi anni della sua esistenza un minimo di serenità , dopo i tormenti del soggiorno nella “Quinta del Sordo”. Qui dipinge questa ragazza, con la grazia e l’eleganza delle gran dame della corte di Madrid, da lui dipinte prima della rivoluzione. La rapidità del tocco, la freschezza del colore, l’originalità della posa, rendono questo ritratto un succoso anticipo della pittura impressionista.


Ingres,Madame Moitiessier”, 1856. Di questo ritratto, più che il volto, si nota il vestito, riprodotto con una cura e un’ossessione degna di un pittore iperrealista. E’ il ritratto di un vestito…reso forse con l’ausilio di apparecchi ottici, come una lente o una camera oscura. L’interesse di Ingres per le lenti è testimoniato anche in questo quadro, visto che la dama in questione ha alle sue spalle uno specchio, che fa vedere il fiocco che lega i capelli.


Renoir,Jean Samary”, 1877. Pittore di bambini e di fanciulle, Renoir raggiunge uno dei suoi vertici in questo ritratto, tutto vaporoso, atmosferico, senza linee nette, dai colori pastello, un po’ evanescente come una soffice nuvola rosa che attenda il sole del mattino.


Van Gogh, “L’arlesiana”, 1890. Questa severa e dura donna di Arles, vestita col costume tradizionale, non sembra invece esprimere molta sensualità o femminilità. Il volto appoggiato alla mano è un topos della pittura occidentale che raffigura la Malinconia (come si vede meglio nel ritratto del dottor Gachet). La resa è bidimensionale, le linee sono nette e l’effetto finale è un po’ deformato, ma questo non sorprende visto che ad Arles Van Gogh comincia a soffrire di quelle crisi di origine psichica che lo condurranno al suicidio.

Klimt, “Adele Bloch”, 1907. Anche a Vienna si percepisce il clima di decadenza che si respira a Parigi, anzi, a Vienna il declino dell’impero asburgico sembra ancora più palpabile. Come in tutte le epoche di decadenza, lo splendore degli ultimi fuochi sembra ancora più abbagliante. Le donne di Klimt sembrano esprimere questo sensuale languore, ultime eroine di un mondo quasi irreale, come si evince dallo sfondo d’oro da icona bizantina. Sensualità, oro, senso della morte, il tutto reso da una pittura raffinata e inquieta. In quello stesso anno Klimt conosce il giovane Egon Schiele. Alcuni critici hanno visto in queste donne l’anticipazione delle dive del cinema muto.

Cézanne, “Madame Cézanne“, 1893. La signora Cézanne non è certo colta in atteggiamento di sensuale femminilità, ma si impone austera e un po’ superba, con statuaria corposità. Molto bello l’accostamento dei colori, il rosso col grigio, il giallo col verde.

Matisse,Micaela“, 1943. Dal 1906 Matisse dipinge una serie di visages vides, di volti vuoti, in cui il pittore rinuncia alla rappresentazione dei lineamenti, ma concentra la sua attenzione sulle linee. Il quadro è anche vuoto di colore, tutto virato al giallo.

Picasso, “Gertrude Stein”, 1905. Nei primi anni del Novecento la scrittrice americana Gertrude Stein teneva a Parigi una sorta di salotto letterario e artistico, frequentato da intellettuali americani, come Hemingway, e pittori delle avanguardie, come Picasso. In questo ritratto il pittore raffigura la donna facendo propria la lezione di Cézanne e anticipando il Cubismo. Evidente anche l’influsso dell’arte africana, di cui Picasso ammirava soprattutto le maschere.


Il Novecento ha visto l’affermarsi del mondo femminile nella politica, nella società e nell’economia e anche l’arte si è adeguata a questa nuova immagine della donna. Non solo, ma è proprio il mondo dell’arte che oggi vede una cospicua presenza di donne artiste, sempre più protagonioste della vita culturale contemporanea.
Perché, si sa, l’arte è femmina…

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