DEXTER: chi uccide i cattivi è buono?

DEXTER: chi uccide i cattivi è buono?

La prima serie che prendo in esame è quella di Dexter, programma televisivo che introduce alcune novità rispetto alle altre sin qui analizzate dal punto di vista tematico e narrativo, per lo più legate alle caratteristiche del suo protagonista [229] e la cui sigla è a mio parere strepitosa!

Si tratta di Dexter Morgan, giovane tecnico della polizia scientifica di Miami, specializzato nell’analisi delle macchie di sangue, dalla cui distribuzione sulla scena del crimine egli può risalire al contesto degli omicidi sui quali è incaricato di indagare.

E sin qui niente di nuovo, se non fosse che lui stesso è un killer, e per giunta seriale, e che dirige la propria ferocia verso altri assassini seriali, seguendo le regole di quello che lui stesso chiama il “Codice Harry”, un codice etico davvero particolare inventato da suo padre (un ex poliziotto) nel vano tentativo di insegnare a suo figlio (già visibilmente deviante) una parvenza di confine tra il male e il bene.

[ATTENZIONE: SPOILER!!!]

Già da questo incipit si capisce che nella serie la fanno da padroni non solo il ribaltamento dei ruoli buono/cattivo, ma anche quelli dell’eroe/antieroe.

Non bastasse, il tema della serialità si innesca direttamente nel cuore narrativo del programma con una sequenza di omicidi che, essendo perpetuati dal protagonista, sono visti in diretta attraverso il suo sguardo, secondo uno schema ben preciso e ritualizzato di violenze (psicologiche e fisiche) inferte alle vittime.

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Eroe e antieroe insieme, dunque, destinato fin da giovanissimo a una serie di azioni efferate, Dexter gioca contemporaneamente in attacco e in difesa, in un estenuante conflitto tra pubblico e privato, in un continuo confondersi e sovrapporsi tra il bene e il male, la vita e la morte [230].
Ma non si tratta, qui di un incontro-scontro tra un dottor Jekyll qualsiasi e il suo signor Hyde, quanto delle vicende di un Mr. Hyde che si traveste da dottor Jekyll e per cui, alla fine, ci troveremo nostro malgrado a tifare.

Questa lenta opera di “sintonizzazione” tra lo spettatore e l’anima nera di Dexter parte in primo luogo dalla sigla (che non a caso non fa capolino se non dal secondo episodio): è qui che Dexter gioca a carte scoperte e rivela fin dall’inizio il peggio (o il meglio) di sé, senza alcuna mediazione.

È infatti lui stesso a presentarsi direttamente in tutte le sue contraddizioni, dopo un rapido passaggio di immagini notturne in successione in cui si vede la scritta del suo nome, DEXTER, che si imprime, in un gioco successivo di inquadrature, prima sull’asfalto di una strada bagnata dalla pioggia, e poi sul riflesso specchiato di una luna piena, velata da una coltre di nubi alta nel cielo, immagine che sembra evocare scenari da licantropia.

Da qui in poi Dexter entra a gambe tese nel suo mondo e ci porta dentro con lui. Nemmeno l’abbiamo visto bene in faccia che già ci conduce sulle orme della sua vittima, un pedofilo mimetizzato nelle vesti di un buon padre di famiglia: sarà lui il prescelto. Dexter, con una furia fredda e lucida, obbligherà infatti la sua vittima a riconoscere i propri nefandi crimini, prima di ucciderlo seguendo un rituale che lo accompagnerà delitto dopo delitto.

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Non sono molti, in questo primo episodio, gli eventi che in linea generale possono rendercelo “amico”.

Eppure, già nel secondo episodio, subentra qualcosa di nuovo e imprevisto: in maniera piuttosto rapida nel contesto truce e violento si instaura un clima di inaspettata leggerezza e allegria, insieme a una “proposta indecente” che ci invita a modificare il nostro stesso sguardo: sto parlando della sigla, che fa finalmente la sua disorientante – eppure irresistibile – apparizione nel secondo episodio, dopo un breve riassunto della puntata precedente.


Accompagnato dal sottofondo di una musica creata da un sapiente mixer tra «pianoforte e tastiere, trombe, percussioni brasiliane e tamburi indiani, ma anche l’ukulele, il bouzouki irlandese, il saz persiano», Dexter disegna intorno a sé uno scenario in cui quello che scorre davanti ai nostri occhi cambia il nostro stesso modo di guardare, sino a confondere, alla fine, il nostro Passeggero Oscuro con quello del protagonista [232].

La sigla, che dura circa un minuto e quaranta secondi (è quindi particolarmente lunga, soprattutto se confrontata con le altre analizzate), e che è di tipo metominico (anche se presenta a mio parere alcuni nuclei metaforico-allusivi per la doppia lettura che si può dare alle immagini), ha inizio con il primo piano di una zanzara che occupa
quasi tutto lo schermo, posata sull’epidermide della sua vittima.

Non fa però in tempo a procacciarsi la sua consueta scorta di sangue che una mano prontamente la schiaccia: è la mano di Dexter e la zanzara è (era) posata sul suo braccio.

Da qui in poi niente di quel che vediamo è quel che sembra a prima vista. O meglio. Tutto ciò che credevamo – prima del nostro “incontro” con Dexter – essere un gesto innocente e innocuo, assume ora un volto sinistro: le forme, i colori e i movimenti di quelle che dovrebbero essere semplici azioni della vita quotidiana, appaiono da qui in avanti sotto una luce nuova, che conferisce loro significati del tutto imprevisti.
Il solo fatto di guardarsi allo specchio, di radersi, di fare colazione, di vestirsi e uscire non è più solo un insieme di azioni neutre e insignificanti, ma è piuttosto una pesante irruzione nella materia delle cose, così come lo sguardo della macchina da presa, posta a una distanza estremamente ravvicinata, ci mostra, un’immagine dopo l’altra.

L’effetto è quello di una vivisezione della realtà – o meglio, di un’autopsia eseguita su una materia ancora vivente – che mette a fuoco solo per noi ciò che ogni giorno accade senza che ce ne rendiamo conto: l’innata, inevitabile, ineludibile – e quindi innocente – violenza di ogni gesto quotidiano, dove ogni passo è fatto calpestando qualcosa, dove ogni fatto, anche il più banale, può assumere torbidi significati.
Dopo l’uccisione della zanzara – che ha già introdotto la figura dell’omicidio come legittima difesa, e che ci mostra il sorriso in secondo piano di un Dexter molto soddisfatto – viene inquadrato uno sfondo chiaro con la scritta rossa DEXTER che diventa sempre più satura, mentre una goccia di sangue le cade accanto.

La scena si sposta su un volto che si guarda allo specchio, completamente sfuocato, mentre partono i titoli di testa e la cinepresa si posa sul dettaglio di un dito che tocca la pelle della guancia strofinando i peli della barba, mentre si percepisce il rumore amplificato di questo contatto, come fossero rami calpestati da qualcuno.

L’attenzione si posa su una lametta che rade quella stessa barba, tranciando di netto la base dei peli. La lama incide la pelle in primissimo piano e una goccia di sangue cade sul lavandino, lasciando la sua inconfondibile traccia.

Le macchie aumentano. La goccia scivola lungo il collo della stessa figura umana di prima. Le dita ora detergono la pelle ferita con un lembo di carta che si imbibisce completamente di sangue.
L’inquadratura passa sul dettaglio di una lama che incide una carne le cui venature in primo piano la fanno apparire ancora “viva”; in realtà è un pezzo di carne animale che qualcuno sta cucinando, in parte ancora avvolta dal cellophane (quello stesso cellophane in cui abbiamo già visto Dexter avvolgere la sua vittima nel primo episodio), mentre percepiamo lo stridio fastidioso della cottura.
Ora la carne è pronta, ed è infilzata con un coltello da Dexter (che si riconosce più distintamente), il quale la porta alla bocca e la divora. Il gesto è accompagnato dal rumore dei suoi denti sulla polpa carnosa, e dal dettaglio della sua espressione di soddisfazione nel mangiarla.

L’inquadratura successiva mostra il guscio di un uovo che si infrange – come una piccola testa fracassata – tra le dita di una mano che ne versa il tuorlo, ancora “pulsante”, in una padella, e assistiamo – sempre attraverso inquadrature in cui questi oggetti occupano l’intera ampiezza dello schermo – prima alla sua cottura nell’olio bollente, poi al suo taglio in più bocconi con una forchetta e un coltello seghettato, così come seghettato era l’attrezzo che Dexter ha utilizzato per tagliare il collo della sua vittima nel primo episodio della serie.

Di seguito, assistiamo alla preparazione del caffè, che viene macinato, frantumato, sfracellato nel gorgo veloce di un macinino, il cui via è impresso dalla stessa mano di sempre, quella di Dexter.
Mentre l’acqua, incandescente, bolle, la lama affilatissima di un coltello taglia in due un’arancia. Percepiamo lo sfregolio del coltello sulla buccia, ne vediamo, nitidi, gli spruzzi del contenuto schizzarne al di fuori, sino a che quella stessa metà d’arancia verrà schiacciata, spremuta e maciullata su di uno spremi agrumi, con un effetto davvero impressionante della polpa rossa e vivida ripresa in dettaglio.


Ma questo ancora non è niente. Se il rapporto col cibo (tagliato e masticato) e con gli insetti è comunque evocativo di scene potenzialmente raccapriccianti, gli altri gesti della quotidianità che la sigla ci mostra, alludendo a loro eventuali connotazioni violente, ci colgono invece di sorpresa.
Come un filo interdentale possa evocare, nel gesto di essere passato tra i denti, l’abbraccio mortale di uno strangolamento, o come l’allacciarsi delle scarpe da ginnastica possa aprire scenari di rapimenti e immobilizzazioni fisiche (e subito la memoria va al “rapimento” della vittima nel primo episodio) è qualcosa che non ci aspettavamo, e che inizia ad insinuarsi direttamente nel nostro campo percettivo raggiungendo rapido, poiché inaspettato, il flusso della nostra coscienza.

Basta cambiare punto d’osservazione, allargare un po’ di più il dettaglio, e nessuno di noi è al riparo dall’essere il soggetto di una serie di eventi cruenti, che esplicano la loro violenza sulle cose solo per il fatto che noi siamo vivi, e che la nostra stessa sopravvivenza ci vincola a una serie di bisogni insopprimibili le cui conseguenze sfuggono la nostra portata.

Ma da dove proviene questa improvvisa “virata” del nostro stesso sguardo? Quasi sicuramente da ciò che Dexter ci ha già fatto sapere di lui; è la sua stessa presenza, la sua stessa storia che già hanno iniziato a condizionarci.

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La sigla prosegue su questa falsariga. Il gesto di infilarsi una maglietta bianca, che finalmente mette in primo piano e completamente a fuoco il volto scanzonato di Dexter, evoca il sudario bianco di un telo che copre pietosamente il viso immobile di un morto.
Il quadro si sofferma sull’espressione del protagonista. Da scanzonata si fa consapevole, ci interpella in modo diretto e spregiudicato (come a dirci: “Visto? Ve lo avevo detto”).
Dopodiché il personaggio chiude la porta di casa a chiave, esce nella luce abbacinante di Miami nella prima mattina facendo un rapido cenno di saluto (proprio come qualsiasi vicino che si rispetti e come ogni persona bene educata) e (immaginiamo) si reca al lavoro.

Quale dei due? Quello da poliziotto o quello da serial killer? Non lo sappiamo, ma lo vedremo, perché a quel punto, probabilmente, abbiamo già scelto di restare con Dexter e il suo Passeggero Oscuro, perché in questo scorrere di sequenze inaspettate, distolti dal ritmo allegro e vivace della musica che ci accompagnava, siamo entrati senza accorgercene in un mondo possibile di cui eravamo ignari, e di cui ora vogliamo sapere di più.

Così come il padre di Dexter ha allenato il figlio, giorno dopo giorno, evento dopo evento, a controllare, guidare, gestire la sua natura omicida, e allo stesso tempo lo ha indotto a simulare, a mimetizzarsi, a nascondersi, così da non farsi catturare mentre direzionava i propri istinti verso altri “cattivi”, così la sigla, immagine dopo immagine, concorre a un cambiamento del nostro sguardo, e, seppure temporaneamente, a una modifica del nostro codice etico.

Chiare quindi le opposizioni che la sigla annuncia: vero/falso, bene/male, pubblico/privato, notte/giorno, bianco/nero. E una linea guida sopra tutte: quella del sangue.

Sangue delle origini (Dexter non è il figlio naturale di Harry, ricordiamolo); sangue del trauma (come si vedrà più avanti, infatti, Dexter da piccolo è stato presente all’omicidio efferato della madre, morta in un lago di sangue in cui Dexter stesso era immerso); sangue delle vittime su cui Dexter/poliziotto indaga, in qualità di tecnico specializzato; sangue delle sue stesse vittime, che Dexter/killer colleziona, in un campionamento macabro, sui vetrini di un kit da analista che nasconde dietro al condizionatore di casa.

Sangue la cui quantità, dispersione e distribuzione, ci dà modo, personalmente, di verificare come la ripetizione e la serializzazione di un evento, lentamente e subdolamente, possa, una volta oltrepassata la prima soglia, raggiungere lo statuto dell’assuefazione, per il risvolto per niente consolatorio che nasconde nel proprio nucleo fondante ogni atto reiterato: quello della possibile dipendenza da esso.

Così come Dexter, infatti, mantiene, crimine dopo crimine, il proprio legame con il sangue (cui associa il ricordo del suo ultimo incontro con la madre), così lo spettatore coltiva la propria dipendenza nei confronti di Dexter (sia la serie che il personaggio) episodio dopo episodio, “collezionando” ogni puntata così come lui fa con le gocce di sangue sui vetrini


NOTE


229 - Serie televisiva statunitense del 2006 basata, per la prima stagione, sul romanzo di Jeff Lindsay Darkly Dreaming Dexter, in italiano La mano sinistra di Dio.

230 - Come abbiamo visto precedentemente, il concetto di Destinante, ovvero di colui che destina un Soggetto a compiere le azioni che si svolgeranno durante la narrazione, si rifà ai ruoli attanziali che sono attribuiti a ciascun personaggio. Si veda Stefano Traini, Le due vie della semiotica, Teorie strutturali e interpretative, op. cit., pp. 132-147.

231 - Il riferimento è ovviamente all'opera di Robert Louis Stevenson The Strange Case of Dr. Jekyll and Mr Hyde (1886), in Italia conosciuta come Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde.

232 - http://www.menstyle.it/cont/musica/musica/0901/2300/la-sigla-carosello-di-dexter.asp. Consultato il 29 novembre 2011

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