Dopo Auschwitz, nessuna poesia“, ha sentenziato il filosofo Theodor Adorno nel 1966: dopo quello che era successo nei campi di sterminio ogni pretesa umana alla creazione poetica, all’affermazione della vita spirituale, sarebbe suonata come stonata, inattuale, quasi provocatoria.

Già Quasimodo, in una nota poesia del 1945, “Alle fronde dei salici“, aveva espresso la sua impotenza di poeta, l’impossibilità a cantare la vita nel periodo delle stragi e degli orrori del nazismo, ribadendo i limiti del linguaggio, la sua inadeguatezza a esprimere l’inesprimibile.

E come potevamo noi cantare

con il piede straniero sopra il cuore,

fra i morti abbandonati nelle piazze

sull’erba dura di ghiaccio, al lamento

d’agnello dei fanciulli, all’urlo nero

della madre che andava incontro al figlio

crocifisso sul palo del telegrafo?

Alle fronde dei salici, per voto,

anche le nostre cetre erano appese,

oscillavano lievi al triste vento.

Solo Paul Celan ha provato a raccontarlo in versi, a scioglierlo in parole, quel nucleo di dolore e morte che fu il campo di concentramento, in uno sforzo immane che pagò con la vita.

Ma se i poeti, per la maggior parte, hanno taciuto, non così hanno fatto i pittori, che anche all’interno della desolazione e del terrore dei lager hanno provato a testimoniare la sorte di quell’umanità dolente, dei carnefini e delle vittime di quella oscura pagina della storia. L’elenco è lungo e ne citerò qui solo alcuni, affinchè la Giornata della Memoria sia anche un’occasione per ricordare non solo i morti, ma anche coloro che, a dispetto delle più atroci condizioni di vita, hanno continuato a praticare il loro lavoro artistico e a donarlo agli altri, perchè la sopravvivenza non fosse solo fisica e materiale, ma soprattutto mentale e spirituale.

Carl Zahraddnik, pittore viennese, fu deportato ad Auschwitz;

Maria Neumann, artista polacca, fu deportata a Ravensbruck;

Marek Wlodarski, pittore polacco, fu deportato a Stutthof;

Leon Derbre, artista francese, fu deportato a Buchenwald;

Xavery Dunikovski, professore dell’Accademia di Cracovia, fu deportato ad Auschwitz;

Agostino Barbieri, milanese, fu deportato a Mauthausen, e il museo del campo raccoglie ancora oggi i suoi diesegni:

Hermann Bruse, grafico tedesco, fu imprigionato e condannato a morte dalla Gestapo e liberato dagli americani a Magdeburgo;

Stefan Wegner, pittore polacco, fu internato a Lodz;

David Olere, pittore e scultore francese di origini polacche, fu deportato ad Auschwitz;

Leo Haas, pittore e grafico tedesco, fu deportato ad Auschwitz;

Aldo Carpi, professore dell’Accademia di Brera, fu deportato a Mauthausen.

Questi sono solo alcuni dei nomi di artisti che hanno vissuto la terribile condizione dei campi. Ma ne voglio citare altri tre, la cui esperienza umana e artistica mi ha particolarmente colpito.

Il primo è Richard Grune, artista omosessuale che fu arrestato nel 1934, deportato a Sachsenausen nel 1937 e poi a Flossenburg nel 1940. Centomila furono circa gli omosessuali arrestati e deportati dai nazisti nel periodo tra il 1933 e il 1945. Solo 4 mila i sopravvissuti. Himmler aveva previsto per loro la repressione violenta o la “cura“, comprendente torture, castrazione e farmaci sperimentali. Nel 1947 Grune ha pubblicato una bella raccolta di litografie, “Passione del XX secolo“, ispirate al suo soggiorno nel lager.

L’altro artista che voglio ricordare è Josef Nassy, che oltre a essere ebreo era anche nero. Arrestato in Belgio nel 1942 fu deportato a Laufen e poi a Tittmoning. Trentamila furono i neri rastrellati nei territori occupati dai nazisti. Molti afrotedeschi erano figli “bastardi” dell’occupazione francese dopo la prima guerra mondiale. Il padre di Goering aveva già partecipato al primo genocidio del Novecento, perpetrato in Namibia ai danni del popolo Herero. Un sopravvissuto di colore, John William, ivoriano, racconta che “le SS del campo di Neuengamme ci toccavano e poi si guardavano le mani per vedere se si erano tinte di nero“. Nassy realizzò più di 200 quadri nel campo di Laufen, gestito dalla Croce Rossa. Sua è l’immagine qui riportata.

L’ultimo artista che ha vissuto l’esperienza dei campi e di cui voglio ricordare l’opera è forse il più noto e apprezzato: Zoran Music. Nato a Gorizia nel 1909, fu deportato a Dachau nel 1944, e qui sopravvisse anche grazie alla sua frenetica attività di disegnatore. Queste le sue parole, a distanza di anni da quella atroce vicenda: “Ancora oggi mi accompagnano gli occhi dei moribondi come centinaia di scintille pungenti… Vivevo in un quotidiano paesaggio di morti, di moribondi, in apatica attesa. Stecchiti e come congelati, i morti mi fanno compagnia…

Che il giorno della memoria sia anche l’occasione per rivedere le opere di questi artisti, testimoni lucidi e consapevoli di ciò che l’uomo può fare, del suo potere distruttivo, ma anche della sua forza creatrice e riparatrice. Perchè l’arte consola, sempre, anche quando è testimone dell’orrore.