Un ritratto è riuscito quando il soggetto rappresentato non solo è riprodotto nei suoi tratti fisici, morfologici, ma esprime anche la sua vita interiore, i suoi tratti psicologici. I pittori infatti hanno scoperto la psicologia prima degli scienziati, proprio attraverso l’arte del ritratto. Questo processo è avvenuto in Europa, e precisamente in Italia, intorno al Quattrocento con l’Umanesimo.


Nel Cinquecento si afferma un vero e diffuso interesse per quelli che Leonardo ha battezzato “i moti dell’anima” ed è proprio la pittura lo strumento privilegiato della prima indagine psicologica. In questo senso la fisiognomica è lo studio dei tratti esteriori dei “moti dell’anima” interiori. L’intuizione dell’esistenza dell’inconscio, 400 anni prima di Freud, è proprio di Leonardo che nel pensiero 105 del Trattato della pittura dice: “Quell’anima che regge e governa ciascun corpo si è quella che fa il nostro giudizio innanzi sia il proprio giudizio nostro”.
La fisiognomica era una disciplina antica, ma Leonardo è il primo che la interpreta in chiave psicologica. Il fatto che il cammino della pittura sia strettamente intersecato con la psicologia, rende la pittura occidentale molto diversa da altre forme di rappresentazione artistica di altre civiltà.
L’interesse per gli aspetti psicologici dell’uomo, per il lato oscuro, inconscio della sua mente, si possono riscontrare anche in molti pensatori di quest’epoca, Pascal, Montaigne, Leibniz, e anche in alcuni scrittori, quali Shakespeare, Moliere, e poi, in età successive, Diderot, Balzac, Flaubert, Zola, ecc.
Leonardo lega la fisiognomica alla fisiologia dei sentimenti: l’occhio, per esempio, è “finestra dell’anima”, e molte osservazioni di Leonardo sono rivolte al tema dell’espressione dei sentimenti.
Nel Cinquecento vengono pubblicati numerosi trattati che si occupano dell’argomento, legando la fisiognomica a temi di chiromanzia, astrologia, alchimia, ma anche di psicologia: per esempio, il “De chyromantie principiis et physionomie”, 1503, di Bartolomeo della Rocca; “Chyromantie ac phyysionomie anastasis”, 1504, di Cocles; “De anima et vita”, 1538, di Juan Luis Vives; “De cognitione hominis per aspectum”, 1544, di Michelangelo Biondo; “Metoposcopia”, 1550, di Gerolamo Cardano; “Dell’arte della pittura”, 1584, e “L’idea del tempio della pittura”, 1590, di Giovan Paolo Lomazzo; infine, il “De humana physiognomica”, 1586, di Giovan Battista della Porta, il più importante trattato di fiosiognomica del Cinquecento, espressione del legame tra conoscenze magiche medievali e nascente scienza moderna.


Secondo Michel Foucault, il Cinquecento è anche il secolo della “scoperta della follia” (si veda a questo proposito “L’elogio della follia” di Erasmo da Rotterdam e il tema della nave dei folli che compare in un poema di Sebastian Brant e che sarà oggetto di un dipinto di Bosch).
Leonardo mostra molta curiosità per il tema della insensatezza, della violenza e della follia: i bozzetti rimasti e le copie della “Battaglia di Anghiari” testimoniano l’interesse del pittore per le deformazioni del volto sotto la spinta di forti passioni. In un altro punto del suo Trattato della pittura, Leonardo afferma: “Farai le figure in tale atto, il quale sia sufficiente a dimostrare quello che la figura ha nell’animo, altrimenti la tua arte non sarà laudabile”.
Leonardo effettuò un viaggio a Mantova e probabilmente a Venezia, dove esercitò un forte influsso sulla pittura di Giorgione, che è uno dei primi artisti a realizzare ritratti psicologici (vedi il “Ritratto di vecchia”, alla Galleria dell’Accademia di Venezia).


Anche Lorenzo Lotto fa sua la lezione di Leonardo e Giorgione, come si evince dall’introspezione psicologica del vescovo Bernardo de’ Rossi, in un quadro del 1505.
Nel 1514, Durer, anche lui come Leonardo molto interessato ai temi della follia e alle stranezze della natura, aveva realizzato la celebre incisione della Melancolia, che diventerà il simbolo di uno stato d’animo moderno, sinonimo quasi della condizione creatrice.


Anche Giorgio Vasari nelle sue “Vite” del 1550 traccia spesso un profilo psicologico degli artisti di cui parla, anche soffermandosi sulle particolarità psichiche e le anomalie comportamentali.
In molti trattati di fisiognomica si tracciano paralleli tra fattezze umane e aspetto degli animali, riscontrando somiglianze caratteriali tra animali e uomini.
Per esempio il ritratto di “Cosimo I il vecchio”, 1520, di Jacopo Pontormo, richiama il Principe di Machiavelli per la posa un po’ grifagna e volpina del sovrano.


Lo stesso dicasi per il ritratto di “Papa Paolo III con i nipoti Alessandro e Ottaviano Farnese”, 1546, di Tiziano; o, sempre di Tiziano, “L’allegoria della prudenza”, 1566, in cui compare anche l’aspetto zoomorfo dei volti.
Secondo questa classificazione zoomorfica, l’uomo ardito avrà aspetto leonino, il pauroso aspetto da coniglio, l’uomo generoso da gallo, l’avaro da cane.
Caravaggio dipinge “Il fanciullo morso da un ramarro” in cui compare un ragazzo con la bocca aperta, in un urlo di dolore e terrore, secondo il modello del guerriero urlante di Leonardo, che avrà altri esempi nella storia dell’arte, fino a Munch, Bacon ed Ejzenstein.


Il possibile soggiorno di Leonardo a Bologna avrebbe influito sull’attività dei Carracci, soprattutto di Annibale, considerato l’inventore della caricatura.
La modernità di pittori come Lotto, Caravaggio, Velasquez, Rembrandt, Goya, Courbet, Van Gogh, consiste nel fatto che nella loro pittura è presente un forte interesse per la psicologia.
Anche nel Seicento continua la pubblicazione di opere che si occupano di fisiognomica e psicologia: “De naevis”, 1606, di Ludovico Settala, studia la disposizione dei nei per capire il carattere umano; “L’arte dei cenni”, 1616, di Giovanni Bonifacio, è uno dei primi trattati di prossemica; “The anatomy of melancholy”, 1621, di Robert Burton, introduce lo studio della psicologia in ambito anglosassone; anche “Le passioni dell’anima”, 1649, di Cartesio, parla dei rapporti tra anima e corpo; “I discorsi sull’espressione”, 1667, di Charles Le Brun, pittore di Re Sole, analizza ben 41 diverse espressioni del volto, mettendole in relazione con gli animali (questo testo sembra che abbia influenzato anche Goya, Redon, Max Ernst).


La scoperta dell’inconscio sembra già abbastanza consapevole in Pascal, per esempio, che dice: ”Ciò che avviene nella più intima interiorità dell’uomo, l’uomo stesso non lo conosce quasi mai”.
Ma anche Spinoza e Locke dedicano alcune pagine delle loro opere ai problemi psicologici.
Sul versante artistico va segnalata la produzione dei fratelli Carracci, di Guercino e Jacques Caillot, tutti autori di caricature, il disegno “Uomini leonini” di Rubens, gli autoritratti di Rembrandt, i nani e i buffoni di Velasquez, le ragazze di Vermeer, l’”Estasi di Santa Teresa” di Bernini, che fu anche grande caricaturista.
Nel Settecento l’interesse per la psicologia da parte di pensatori e artisti si approfondisce. Per esempio Leibniz nei “Nuovi saggi sull’intelletto umano” del 1705 parla esplicitamente di “coscienza” e di “…percezioni insensibili, di cui non ci accorgiamo…”. Anche gli Illuministi si occupano di psicologia, come La Mettrie ne “L’histoire naturelle de l’ame”, del 1745, o Condillac nell’”Essai sur l’origine des connaissances humaines” del 1746. Petrus Camper rivaluta la fisiognomica con due conferenze tenute all’Accademia di Amsterdam nel 1774. J.K. Lavater pubblica nel 1775 i “Physiognimische fragmente”, che influenzerà Goethe e Fussli.


Anche il nascente Romanticismo mostra molto interesse per la psicologia, soprattutto per i temi della follia, dell’irrazionale, del profondo: il poeta Novalis parla dell’universo che è in noi, dell’”abisso dello spirito”. Di “profondità dello spirito” parla anche Schlegel. Il poeta Jean-Paul Richter afferma che “l’inconscio è veramente il campo più vasto della nostra mente e proprio per questa incoscienza è l’Africa interiore”.
Dal punto di vista artistico bisogna segnalare “Gentiluomo con tricorno”, 1740, di Fra’ Galgario, il “Gilles”, 1717, di Watteau, ma soprattutto la serie delle incisioni “Caratteri e caricature”, 1743, di William Hogarth.


Il corrispettivo italiano di Hogarth è Pietro Longhi (vedi “La toeletta” del 1760).
Una forte introspezione psicologica si coglie anche nell’autoritratto di Chardin.
Un caso particolare e ancora misterioso è la produzione delle 64 teste di Franz Xavier Messerschmidt, che sembrano tradurre in scultura il repertorio di espressioni umane sull’esempio di Le Brun. Sono di quest’epoca anche gli studi di fisiognomica di Goya.

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Insomma, come si vede, la scoperta di Freud non è stata un fulmine a ciel sereno, ma è stata preparata dall’intuizione di molti pensatori, e soprattutto resa esplicita nell’opera di numerosi artisti.
Nell’Ottocento nasce lo studio delle funzioni del cervello, che Gall battezza frenologia. Alcuni medici cominciano a studiare le patologie psichiatriche (Esquirol, Pinel, Georget). Balzac fu molto influenzato da questi nuovi studi di psicologia.
Nel 1872 Charles Darwin pubblica “L’espressione dei sentimenti nell’uomo e negli animali” che fa confluire la fisiognomica nell’antropologia.
Nel 1876 Paolo Mantegazza, seguace di Darwin, pubblica “Atlante della espressione del dolore”.
Ma gli studi più significativi dell’epoca, e che avranno, purtroppo anche molto seguito, sono quelli di Cesare Lombroso, “Genio e follia” del 1864, e “L’uomo delinquente studiato in rapporto alla antropologia, alla medicina legale e alle discipline carcerarie”, del 1876. Per Lombroso il pazzo e il genio, il selvaggio e il delinquente avevano caratteri somatici simili.


Verso la fine del secolo si moltiplicano gli studi di neurologia, psichiatria e psicologia: Morel studia l’epilessia, Charcot studia l’isteria e l’ipnosi, Freud pubblica nel 1900 “L’interpretazione dei sogni” che dà avvio alla psicanalisi. Da questo momento in poi la produzione artistica, letteraria o figurativa, non può più prescindere dal tema dell’inconscio.
Sul versante artistico, l’Ottocento è ricco di opere che esprimono l’interesse dei pittori per gli aspetti psicologici della vita umana. Jacques-Louis David nel 1819 aveva realizzato una serie di “Studi di fisiognomica”.
Significativa è la serie, intorno al 1840, dei “Folli” dipinti da Theodore Gericault, forse su suggerimento o commissione del dottor Georget, che avrebbe potuto utilizzarli come iconografia manicomiale. Cosa che fece per esempio il dottor Georges Gabriel in una seria di disegni di “Alienati”. Nel 1855 Gustave Courbet aveva dipinto “La sonnambula”.


Van Gogh è l’esempio più eclatante dei rapporti tra arte e psicologia: nel “Ritratto del dottor Gachet”, 1890, Vincent esprime una forma di disintegrazione dell’io, con riferimento alla Melanconia dureriana nella posa del dottore. Gachet curò Van Gogh come epilettico, sbagliando la diagnosi. Gachet era in quel periodo depresso per la morte della moglie, da giovane si era laureato con una tesi sulla malinconia, era un appassionato d’arte e pittore dilettante, era rosso di capelli come Van Gogh; tutto ciò lascia trasparire un pericoloso processo di identificazione che porterà poi il pittore al suicidio.


Nel 1893 Edward Munch dipinge “L’urlo”, che si inserisce nella tradizione delle bocche urlanti, e che è diventato l’emblema dell’angoscia e della disperazione dell’uomo moderno.
Con l’avvento della psicologia moderna e della psicanalisi la fisiognomica classica si dissolve, ma sopravvive nel filone delle teorie razziste, per esempio in “Rasse und Stile”, 1926, di Hans Gunther.
Il movimento surrealista sottolinea lo stretto rapporto tra creatività e attività onirica e si rifà esplicitamente alle teorie di Freud (vedi i quadri di Max Ernst, Dalì, Savinio ecc.).
La pittura del Novecento è un progressivo realizzarsi del disfacimento della figura umana.
L’”Autoritratto” di Ludwig Meidner del 1912 rappresenta un uomo che ha perso definitivamente la sua immagine classica.
Nei quadri di Carrà e di altri pittori della metafisica italiana, l’uomo è diventato manichino.
George Grosz deforma l’umanità in modo sgradevole e disumano.
Jackson Pollock nel 1953 dipinge “Portrait and a dream”.
Nel 1954 Willem de Kooning realizza “Woman V”.
In quegli stessi anni Jean Fautrier dipinge la serie delle “Testa d’ostaggio”, in cui il volto umano è ridotto a grumo di materia e detriti.
Nel 1951 Francis Bacon realizza uno dei quadri più significativi della modernità, il “Papa, III”, in cui l’urlo dell’uomo sembra diffondersi nell’universo vuoto, restando senza risposta.


Gli artisti di fine Novecento della figurazione umana sono Kiefer, Baselitz, Reiner e altri, per i quali il volto dell’uomo rappresenta solo l’orrore della condizione umana nel secolo della civiltà di massa.


Ultimamente nuovi artisti hanno manifestato interesse per il tema del volto, interpretandolo anche alla luce delle nuove forme di comunicazione e dei nuovi saperi legati alla semiotica.
Insomma, il ritratto, che sembrava essere in via d’estinzione, come forma obsoleta di un’arte sorpassata dai nuovi media, è tornato prepotentemente alla ribalta, a conferma del fatto che l’uomo, se vuole mantenere la sua umanità, ci deve mettere la faccia.

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