Era sempre l’ultimo a lasciare il laboratorio.
E anche quella sera erano le 10 passate quando Bernard Schultze attraversò il parcheggio con passo spedito e salì a bordo della sua vecchia auto, un Maggiolino verde che aveva acquistato, già usato, quando era ancora studente e di cui faceva fatica a disfarsi. C’era affezionato a quella macchina e anche se a casa aveva una comoda e nuova Passat familiare, Bernard preferiva andare al lavoro con la sua vecchia Volkswagen, suscitando l’ilarità dei colleghi e la preoccupazione della consorte.
Ma quella sera aveva altro a cui pensare. Aveva un sorriso luccicante stampato sul volto ed era euforico come non lo era più stato dai tempi in cui aveva brevettato il K 25. Non stava nella pelle dall’emozione. Aveva appena fatto una scoperta che avrebbe cambiato il corso della storia, le sorti dell’umanità intera. Quasi non respirava dalla felicità e dall’ansia.
Uscì dall’area protetta accelerando, senza salutare il custode che gli aveva aperto la sbarra. Aveva una confusione in testa! Non si ricordava neanche se aveva spento il computer! Ripassava mentalmente i passaggi e le formule che lo avevano portato a quella sensazionale scoperta. Cercava l’errore, la falla che avrebbe fatto collassare il sistema. Ma non li trovava, tutto filava alla perfezione. E non poteva essere altrimenti, perché era così chiaro e semplice, così scontato e banale che quasi se ne vergognava per non averci pensato prima. E’ vero che ci era arrivato per caso, come era successo a tanti altri scienziati nella storia… Ma questo non cambiava la sostanza delle cose: era lui l’autore di quella scoperta.
Cominciò a fantasticare e immaginava la scena in cui il re di Svezia gli avrebbe conferito il premio Nobel per la fisica, il più alto riconoscimento a cui un ricercatore poteva aspirare. Ripeteva tra sé le parole del discorso di ringraziamento che avrebbe letto, e intanto rideva scuotendo la testa e assecondando col corpo le curve che l’auto affrontava allegra sulle sponde del lago di Ginevra.

L’autista del bus 41 che percorreva alle prime luci dell’alba la strada che portava in città, frenò all’improvviso, svegliando di colpo i pochi passeggeri che aveva caricato lungo. Guardò meglio sotto di sé e tirò fuori il cellulare per chiamare la polizia: il cofano di un’auto verde spuntava dalla superficie dell’acqua, a un centinaio di metri dalla strada sopraelevata. Dopo una decina di minuti arrivò la Polizia stradale, che fece i primi rilievi e non trovò alcun segno di frenata sulla strada. Poi arrivò il carro-attrezzi che non senza fatica tirò fuori il Maggiolino dalle acque limacciose del lago. Infine giunsero i sommozzatori per cercare il corpo del dottor Schultze. Dalla targa erano in poco tempo risaliti al proprietario e fu subito contattata la famiglia.
Lo cercarono per tre giorni, senza alcun esito. La moglie fece continuare le ricerche in forma privata e assunse anche un investigatore per avere la certezza della morte del marito e potersi così abbandonare al dolore senza dubbi o sospetti.
Ma il suo corpo non fu mai trovato.
Un mese dopo quello che le forze dell’ordine comunque archiviarono come un incidente, furono celebrati i funerali, a cui parteciparono oltre ai familiari anche tutti i colleghi del dottor Schultze.
Il direttore del laboratorio, un bell’uomo alto dal profilo affilato, pronunciò l’elogio funebre del defunto, esaltando le sue doti umane e l’alto valore scientifico delle ricerche in cui era impegnato. Ricerche, aggiunse, che lui stesso avrebbe continuato per onorare la memoria dell’”amico”.
Terminata l’orazione tornò al suo posto e osservò la vedova che si avvicinava alla bara per un ultimo saluto. Ammirò le sue gambe slanciate e la vita sottile.
Il giorno dopo sarebbe andato a farle visita.