Il termine natura morta viene usato per la prima volta nel Seicento da alcuni critici d’arte in senso dispregiativo per indicare il genere delle composizioni di oggetti, siano essi fiori, frutta, strumenti musicali, libri o altro, in cui non compaiano figure umane.
In Olanda si parlava invece di still-leben, ossia di vita immobile, e in Francia di nature reposé o peintre de vie coye, insomma di vita quieta. Per molto tempo  il genere è stato considerato un genere minore della pittura, rispetto alle rappresentazioni mitologiche, storiche o religiose.

Le prime nature morte compaiono nell’arte romana in ville e abitazioni a Roma, Ostia, Pompei, Ercolano tra I sec. a.C. e I sec. d.C. La loro funzione è essenzialmente ornamentale (decorare le pareti della domus signorile). Molte di queste figurazioni hanno un intento illusionistico, quali le rhyparographie o “pitture di immondizie”, che secondo Plinio derivano dalla tradizione ellenistica (Plinio parla del famoso pittore Sosos che a Pergamo realizzò la Casa non spazzata, un mosaico con i resti del pasto per terra).
Vitruvio invece parla degli xenia o piccole pitture raffiguranti di solito generi alimentari, che il padrone di casa offriva agli amici. In alcune case sono stati ritrovati anche dei riquadri dipinti alla pareti con cacciagione, pesci, frutta o funghi, come fossero mensole o nicchie dipinte con effetto di trompe-l’oil. Altre immagini venivano impiegate come arredi funebri, doni alle divinità, strumenti votivi, insegne di negozi o di botteghe artigiane. Alcune di queste immagini, considerate anche dagli antichi di valore minore (minor pictura) sono in realtà di eccezionale bellezza, per l’armonia della composizione e la grazia dei colori.

Nel medioevo la rappresentazione di oggetti o di generi alimentari è sempre inserita in contesti di carattere religioso. Tra XIII e XIV secolo cresce l’interesse per la realtà e il mondo della natura. Giotto inserisce alcune nicchie con oggetti nella Cappella degli Scrovegni a Padova (1303-4). Taddeo Gaddi dipinge arredi liturgici a Santa Croce a Firenze (1330) che richiamano gli xenia delle case pompeiane.
Nel Quattrocento nature morte erano raffigurate nelle tarsie lignee di mobili e sagrestie (quelle per esempio realizzate da Baccio Pontelli per lo studiolo di Federico da Montefeltro a Urbino del 1476, quelle di fra Raffaele da Brescia del 1500).
Rappresentazioni di oggetti, animali, fiori, elementi naturali compaiono anche nella produzione miniata franco-fiamminga quattrocentesca destinata a illustrare i libri d’ore (quello del Duca di Berry, attribuito ai fratelli Van Eyck del 1422-25, o quello di Maria di Borgogna del 1477-90). In questi libri compaiono nicchie, cornici con ciotole, brocche, vasi di fiori, farfalle, uccelli, conchiglie ecc.

Dal XV secolo molti oggetti ed elementi artificiali e naturali compaiono in dipinti realizzati nei Paesi Bassi, per esempio nell’Annunciazione del 1425 del Maestro di Flemalle (Robert Campin). In Italia arriva la pittura a olio fiamminga e il realismo della visione alla corte d’Angiò a Napoli intorno al 1435-42. Fiori e frutta compaiono abbondantemente nei dipinti di Carlo Crivelli (per esempio nell’Annunciazione del 1486).
Plinio aveva catalogato come minor pictura tutte le scene di genere e i paesaggi, considerando come espressione del codice alto della pittura le scene storiche, mitologiche, sacre o allegoriche, le uniche in grado di incarnare le universali finalità didattico-morali dell’arte. Tale classificazione rimase in vigore fino a Leon Battista Alberti e, nella teoria, fino a tutto il Seicento. Ma nella pratica le cose cominciano a cambiare già dalla fine del Quattrocento.

Pompei

Il ritrovamento dei resti della Domus Aurea di Nerone alla fine del Quattrocento, riporta in auge l’uso delle grottesche, cioè le pitture parietali composte da vegetali, festoni di fiori e frutti, animali e disegni geometrici che ornavano i bordi delle pitture. Raffaello e il suo allievo Giovanni da Udine ornano le logge vaticane e la Farnesina con questo tipo di pitture ornamentali. Inoltre alcuni importanti cambiamenti di tipo culturale favoriscono l’affermarsi del genere della natura morta: la nuova mentalità scientifica indirizzata alla decifrazione del libro della natura, i progressi nell’ottica, gli studi di botanica e zoologia, l’interesse per la realtà.

L’Olanda diventa il centro di questa nuova produzione per i seguenti motivi: l’affermazione del protestantesimo e la conseguente eliminazione delle immagini di soggetto religioso dalle chiese e la proclamazione dell’illegittimità della rappresentazione dei santi; lo sviluppo di una ricca borghesia mercantile che alimentò il mercato privato dell’arte; un regime di forte concorrenza tra i pittori che costrinse alcuni di essi a specializzarsi in determinati soggetti, quali per esempio la natura morta, e la conseguente riduzione dei prezzi dei quadri da cavalletto; il diffondersi della mentalità “scientifica” e il gusto per l’osservazione meticolosa e accurata della realtà oggettuale.

Già Leonardo e Durer verso la fine del Quattrocento avevano realizzato studi dal vero di elementi naturali, per esempio i Quattro baccelli di Leonardo del 1487 nel Manoscritto B di Parigi, o L’anatra morta appesa di Durer del 1515. Queste immagini vengono commissionate anche dagli scienziati come illustrazioni dei volumi di botanica o zoologia, come le tavole accuratissime che realizzò Jacopo Ligozzi tra 1577 e 1600. Nature morte compaiono in dipinti di argomento storico, religioso e di genere: gli scaffali di libri nelle immagini di San Gerolamo nello studio di Colantonio, 1445 e di Antonello da Messina,1474, gli strumenti musicali nella Santa Cecilia di Raffaello, del 1514, nel Cristo in casa di Maria e Marta di Pieter Aersten del 1552 e nell’analogo soggetto dipinto da Jacopo e Francesco da Bassano del 1576, nella Macelleria di Annibale Carracci del 1582, nella Fruttivendola di Vincenzo Campi del 1580, nei ritratti con elementi naturali di Arcimboldi del 1589, nella Maddalena penitente di Caravaggio del 1594, ecc.

I primi quadri con Vasi di fiori sono stati realizzati da Ludger Tom Ring nel 1562 (se escludiamo il caso della Brocca con fiori di Hans Memling del 1490 che era in realtà il retro di un’altro quadro), mentre Ambrogio Figino realizza un piatto metallico con Pesche e foglie di vite nel 1591.
Da questo momento il genere è sdoganato e assume piena dignità di opera d’arte. Soprattutto le Fiandre e l’Olanda, ma anche Francia e Italia e Spagna produssero un cospicuo numero di questi quadri che alimentarono un mercato sempre più ricco, formato da mercanti e collezionisti di ceto borghese, desiderosi di abbellire le loro dimore cittadine con quadri di grandi firme, ma a prezzi accessibili. Alcuni artisti olandesi si specializzarono nel genere del banketje, cioè delle tavole imbandite, la cui ricchezza era il simbolo del raggiunto benessere economico dei committenti (maestro del genere fu Abraham van Beyeren, Natura morta con aragosta, 1667).

Altro grande pittore fiammingo di nature morte è ad esempio Jan van de Velde, autore di una Natura morta con bicchiere di birra e pipa d’argilla, del 1653. Del 1630 è il Ramo di albicocche con pesche e noci di Georg Flegel, uno dei maestri nella rappresentazione di frutta. Questa diventa un sottogenere della natura morta (come i fiori, gli strumenti musicali, i libri) per l’intrinseca bellezza e plasticità delle forme, per la suggestione visiva dei colori, la reattività delle superfici alle condizioni luministiche e atmosferiche, i significati simbolici a essa legati. La presenza di insetti richiama sempre il tema della vanitas del tutto. Altri maestri del genere sono Balthasar van der Ast (Cesto con frutta, 1632), Jan Davids de Hem (Natura morta con frutta e astice, 1648), Willem van Aelst (Natura morta di frutta con vaso di cristallo, 1652), Frans Snyders (Natura morta con frutta in una nicchia, 1630). Queste tavole imbandite avevano anche lo scopo di rappresentare la ricchezza e lo sfarzo delle famiglie borghesi committenti. Ma il pittore inseriva anche elementi simbolici che mettessero in guardia dall’eccessivo attaccamento ai beni mondani, e facessero riflettere sulla vanitas di tutto (frutta deperita, mosche, teschi, o altri elementi simbolici che richiamassero l’idea del passare del tempo).

Un altro tipo di natura morta molto diffuso nel Seicento è la rappresentazione di cacciagione, appesa, infilzata o distesa su un tavolo o un bancone. Frans Snyders nel 1614 realizzò il Banco di cacciagione pieno zeppo di selvaggina, che si caratterizza per l’eccezionale realismo. Anche Rembrandt dipinse nel 1639 un quadro con Pavonesse morte con cesto di frutta e bambina, che ha il valore di un commento morale alla caducità della vita e delle bellezze mondane. Molto bella la Pernice morta del 1650 di Jan Baptist Weenix.
Altro tipo di natura morta sono le tavole imbandite e i banchetti, in cui compaiono oltre a vivande e animali anche oggetti quali bicchieri piatti di ceramica o di metallo, tovaglie più o meno decorate, brocche, coltelli ecc. Di Floris van Dijck è la Tavola apparecchiata con formaggio e frutta del 1615, di straordinario mimetismo materico. Grande pittore di imbandigioni sontuose con molti oggetti realizzati con colori brillanti e contrastati fu Pieter Claesz, di cui citiamo il Banchetto con frutta, ostriche e pasticcio di tacchino del 1627 e la Natura morta con calice di cristallo, tazza d’argento, un’oliva e noci del 1640. Altri virtuosi del genere furono Jan Davids de Heem (Natura morta con aragosta e coppa di nautilo, 1634) e Abraham van Beyeren (Natura morta con frutta, arrosto e vasellame, 1660, dove compare un orologio a simboleggiare il trascorrere del tempo). Maestro della luce è stato però Willem Kalf la cui Natura morta con nautilo e zuccheriera cinese, 1660, è un formidabile tour de force luministico.

Willem Kalf

In Italia l’iniziatore del genere fu sicuramente il Caravaggio con la celebre Canestra di frutta dipinta per il cardinale Federico Borromeo tra 1594 1 il 1600, quadro che sembra meglio rappresentare un nuovo atteggiamento nei confronti della natura morta. Quest’opera dà infatti avvio alla grande stagione della natura morta che vede nel Seicento uno straordinario impulso, non solo per quel che riguarda gli aspetti quantitativi, ma anche qualitativi, visto che in quest’epoca devono essere collocati i capolavori e i maestri indiscussi del genere.

Caravaggio affermava che ci voleva lo stesso impegno per dipingere frutta che per dipingere santi; lavorava dal vero e la sua pittura si impose anche per la forte attitudine antinormativa e non-classicista. Ceste di frutta compaiono anche in altri dipinti di Caravaggio quali il Ragazzo con canestra di frutta del 1593, il Bacco del 1596, la Cena in Emmaus del 1601. Molti artisti fiamminghi e spagnoli che risiedevano a Roma nei primi anni del Seicento hanno sicuramente tratto insegnamento dalla lezione di Caravaggio, come il Maestro di Hartford, il Pensionante del Saraceni e altri.
In Lombardia si impose la figura di Ambrogio Figino (Piatto metallico con pesche e foglie di vite, 1594), Fede Galizia (Fruttiera di ceramica con frutta, 1600), Panfilo Nuvolone (Natura morta di pesche e uva, 1620). Prevale in questi quadri l’impaginazione minimalista, la sobrietà dei colori e della composizione. A Firenze si afferma la lezione di Jacopo Ligozzi che abbiamo già citato come illustratore di libri scientifici. Altro pittore di cucine e dispense fu Jacopo Chimenti detto L’Empoli. Filippo Napoletano, Giovanna Garzoni, Bartolomeo Bimbi (famosi i suoi quadri di conchiglie) furono altri pittori di nature morte, alcuni dei quali al servizio di Ferdinando II de’ Medici.
Un’altra importante scuola di natura morta si trovava a Napoli dove operavano pittori del calibro di Luca Forte (Natura morta con ciliege e fragole, 1650), Giovan Battista Recco (Ripiano di cucina con vasellame, 1655), Giuseppe Recco (Natura morta di pesci, 1691) e Paolo Porpora che inserisce le immagini di natura morta sullo sfondo del paesaggio.

La natura morta spagnola si caratterizza per il realismo e la drammatizzazione del chiaroscuro, una grande concentrazione formale, che predilige l’osservazione ravvicinata di pochi oggetti, caricati della massima tensione espressiva, e la loro disposizione all’interno di strutture semplici e quasi astratte. Tutte le immagini in cui il cibo è protagonista (tavole imbandite, dispense, banconi alimentari, cucine e taverne) sono chiamate bodegon (cioè cantina). Uno dei migliori interpreti di questa tradizione fu Juan Sanchez Cotan (Natura morta con cardo e carote, 1603, Natura morta con ortaggi e frutta, 1602, rendono l’esperienza della visione una profonda occasione meditativa). Anche Francisco Zurbaran ha realizzato importanti nature morte (Natura morta con brocche, 1650 e Natura morta con limoni e arance, 1633). La natura morta francese, in ritardo rispetto a gli altri paesi, si caratterizza per l’adesione al modello fiammingo. Tra i suoi protagonisti citiamo Lubin Baugin (Dessert di cialde con bicchiere di cristallo e fiasca, 1635), Jacques Linard, Sebastien Stoskopff.

Nel Settecento la pittura di nature morte si diffuse sempre più, ma una certa uniformità seriale produsse opere più decorative e povere di ambizioni estetiche. Le aree di produzione rimasero le stesse: per l’Italia il romano Giovanni Paolo Castelli detto lo Spadino (Natura morta con frutta, salumi e cristalli, 1703), il napoletano Cristoforo Munari (Alzata di cristalli, fiori, frutta, biscotti, porcellane, 1709), il lombardo Giacomo Ceruti detto il Pitocchetto (Natura morta con piatto di peltro, pane, salame e noci, brocca e bicchiere, 1750 ca., Natura morta con zucca, pere e noci, 1750 ca.); per l’Olanda Rachel Ruysch e Jan van Huysum; per la Francia Jean-Etienne Liotard (Il vassoio da tè, 1781), il grande Jean-Baptiste-Simeon Chardin, maestro di una ricerca di essenzialità compositiva intrisa di lucidità, limpidezza ed equilibrio (Il barattolo di albicocche, 1758, La brioche, 1763), Alexandre Desportes (Natura morta con pesche, vasellame d’argento e volatili, 1742), Jean-Baptiste Oudry (Lepre e cosciotto, 1742); per la Spagna Luis Egidio Melendez (Servizio di cioccolata, 1770).

Jean-Simeon Chardin

Nell’Ottocento la Francia divenne il centro della moderna produzione pittorica, a scapito della scuola italiana, spagnola e olandese. Il genere della natura morta subì alcuni importanti cambiamenti, restando comunque un soggetto sempre molto amato dai pittori. Uno dei più grandi geni della pittura moderna, Francisco Goya, realizzò alcune realistiche e dolorose nature morte (Bodegon con tacchino morto, 1808, Natura morta con tranci di salmone, 1808). La tradizione seicentesca viene assunta e rinnovata da alcuni pittori francesi come Gustave Courbet (Mele e melagrane in un piatto con brocca e bicchiere, 1871) che segue la lezione di Caravaggio e Rembrandt, e Edouard Manet (Brioche con fiore e frutta su un tavolino, 1870), che invece segue la lezione di Velasquez e Chardin.
La poetica dell’Impressionismo si prefiggeva di fermare in una compiuta veste pittorica l’istante dell’immediata sensazione visiva, catturando gli effetti di rifrazione della luce sulle forme grazie allo studiato accostamento di colori complementari, stesi con piccoli e rapidissimi tocchi di pennello, evitando accuratamente i contrasti chiaroscurali. Il paesaggio è il soggetto più utilizzato dai pittori impressionisti, ma anche la natura morta fu praticata da quasi tutti i pittori del periodo. Ricordiamo per esempio Claude Monet, che realizzò ben 60 nature morte (Natura morta con pesche, melone, uva e porcellane, 1872, Barattolo di pesche, 1866), Camille Pissarro (Natura morta con mele, brocca di porcellana e bicchiere di vino, 1872), Pierre-Auguste Renoir e altri. Anche i pittori post-impressionisti hanno frequentato il genere: Paul Cézanne, vero maestro e innovatore del genere, con la sua tendenza alla semplificazione della composizione e alla riduzione delle forme a volumi (Frutta e vasellame su un tavolino e cassettiera sullo sfondo, 1887, Tavolo da cucina, 1888), Paul Gauguin (Natura morta di fiori e frutta, 1894), Vincent Van Gogh.

Claude Monet

Nel Novecento le Avanguardie accentuano la tendenza non-mimetica della pittura, già iniziata nella seconda metà del secolo precedente. Prevale la stilizzazione delle forme, l’astrazione dalla realtà. Ma la natura morta resta un genere sempre amato dai pittori, anche se cambia la sua rappresentazione. Matisse accentua l’aspetto coloristico e la linearità delle forme (Natura morta sivigliana, 1910, Cesto di frutta su un tavolino, 1912). Gli espressionisti tedeschi realizzano diverse nature morte dai colori accesi e violenti, dalle linee deformate, in grado di suscitare angoscia e inquietudine, per esempio Kirchner (Brocca e ciotola con frutta, 1912). Un discorso a parte merita il movimento cubista, erede della lezione di Cézanne, che ha trovato nella natura morta uno dei generi più fecondi per l’’applicazione dei suoi principi: rinuncia alla profondità, schematismo, scomposizione degli oggetti, giustapposizione di punti di vista diversificati. Georges Braque realizza nel 1909 una Chitarra con fruttiera e Pablo Picasso numerose nature morte attraverso il collage.

In Italia il movimento futurista si prefigge di abbattere la tradizione classica e accademica esaltando il movimento e la scomposizione delle forme: Umberto Boccioni dipinge nel 1914 una Natura morta con cocomero. La pittura metafisica recupera alcuni aspetti della pittura antica, soprattutto il senso della composizione e l’equilibrio delle masse. Grandi pittori di nature morte sono stati Giorgio Morandi (Natura morta con il tavolo rotondo, 1914), Filippo de Pisis (I pesci sacri, 1925), Casorati, Carrà.
L’ultima grande scuola di pittura che ha realizzato nature morte è sicuramente la Pop Art americana, che ha però utilizzato linguaggi non tradizionali. Tra questi artisti vanno citati Andy Warhol (Campbell Soup, anni ’60, Peach Halves, 1960), Claes Oldemburg (Giant Loaf of Raisin Bread, 1967), Segal. La Pop Art fa proprio il linguaggio della società di massa, che vive di consumismo sfrenato e messaggi pubblicitari ripetuti fino all’ossessione, con una serialità alienante, ma anche fascinatoria. Questi artisti rinnovano il genere introducendo un aspetto ludico e ironico nella loro riflessione, ma anche utilizzando nuovi strumenti di comunicazione, quali la fotografia, il collage, i prodotti industriali ecc.

Andy Wahrol

ll genere si è quindi nel tempo molto trasformato e non mancano esempi di nature morte anche nell’arte degli ultimi anni, soprattutto nell’ambito delle installazioni, dell’arte povera o della brut art, che spesso utilizzano gli oggetti per esprimere forti tensioni interiori o una qualche forma di critica alla società industriale.


 

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