La letteratura e la poesia sono il mio amore più antico.
Nutro una passione sfrenata per poeti quali Paul Celan e Cristina Campo, adoro i poeti russi, dalla Cvetaeva a Majakovskij, dall’Achmatova a Brodskij. Tra gli scrittori amo in particolare modo Martin Amis, Saramago, Elsa Morante, Virginia Wolf, e ho una vera venerazione per Pier Paolo Pasolini.
Dal “basso” di questi giganteschi e inarrivabili “Eroi” letterari mi sono da sempre cimentata nell’arte della scrittura, ed è stato un amore devo dire ricambiato.

Segnalata in giovane età per due volte al Premio Internazionale di Poesia Eugenio Montale, e autrice di alcune pubblicazioni di aforismi e racconti, ho vinto a ridosso degli anni 2000 un importante concorso di letteratura, edito dall’inserto SETTE del Corriere della Sera in collaborazione con RAI DUE.
Il tema erano “quarantanove righe per arrivare al duemila”, appunto. Già allora la brevità del testo – alla faccia dell’attuale Web editing – era un imperativo editoriale di un certo spessore.

Scrissi quelle quarantanove righe a mano, su un foglio qualunque, in estate, dal mare della Sardegna. Ci misi circa un quarto d’ora. Le dettai a mio marito al telefono (che era ancora a Parma), lui lo batté a macchina e lo spedì (via Fax) appena prima della scadenza dei termini.
Parteciparono al concorso tredicimila scrittori; la giuria era composta niente di meno che da Dacia Maraini e i rimpianti Antonio Tabucchi e Giuseppe Pontiggia, assieme a Paolo Francia, allora direttore di Radio Rai…

Arrivai prima. E – posso dirlo senza smentita, perché ho dei testimoni – la cosa non mi stupì minimamente. Quando arrivò la telefonata sapevo che erano loro. Una cosa davvero fantastica!
In palio c’erano anche un bel po’ di soldini, cosa oltremodo rara (almeno in Italia) per quanto riguarda la letteratura. Del mio scritto ne venne estrapolata anche una versione via radio, che fu trasmessa per alcune puntate da Radio DUE.

L’impatto mediatico fu notevole, anche troppo. Mi ritrovai mio malgrado al centro di molte attenzioni. Ricordo quei giorni con un certo distacco, come se fosse capitato a qualcun altro.
I giornalisti, i fotografi, i curiosi e le centinaia di telefonate, ma anche lettere, che arrivarono all’improvviso, mi misero a disagio.

La premiazione, in un locale molto “in” di Milano, avvenne alla presenza di una miriade di persone, ed era in diretta radiofonica. Tutto decisamente moooolto poco poetico, anche se mooolto divertente!
Decisi che “calcare la scena” non faceva per me. Mi piaceva molto, molto di più stare dietro le quinte, e continuare a coltivare la scrittura in maniera più intima e profonda. Ma, da allora, iniziai a guadagnarmi da vivere scrivendo.

Come comunicatrice pubblica e scrittrice di testi di ogni tipo… Recensioni, introduzioni, comunicati stampa, testi per brochure… E poi naming, headline, pay-off, slogan e chi più ne ha più ne metta. Divenni un copywriter, insomma.
Tenni la mia vena letteraria e poetica per me (e pochi altri) e aprii definitivamente il rubinetto della scrittura prosaica al mondo.

E fu così che, quando l’ultimo giornalista che incontrai – riferendosi allo stereotipo della giovane scrittrice che non vede l’ora di pubblicare il suo romanzo – mi porse il microfono e mi fece la fatidica domanda:
“Cosa tiene, Natalia, nel cassetto?”, io risposi molto seria: “Le mutande!”
Strano… La mia risposta non venne pubblicata! ;-D

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