Rivalta: la terra che si cela, la natura che si rivela, l’uomo che lavora…

Storie di draghi e libellule...

Rivalta: la terra che si cela, la natura che si rivela, l’uomo che lavora…

Rete Biotica Rivalta

La prima volta che ho “incontrato” questo paesaggio, l’aria che respiravo e il silenzio tutt’intorno mi hanno incantata: la presenza di questo angolo di natura è stata una delle ragioni per cui io e la mia famiglia abbiamo deciso di cambiare casa e venire a vivere qui vicino.

Qualcosa di poetico e naturale vi si annida, e qualcosa di culturale e prosaico vi agisce, dall’interno e dall’esterno, nella cura (per una volta amorevole) che l’Uomo riserva a questa terra.

La stessa strada da percorrere per giungervi, disegnata su crinali a precipizio sui calanchi (che si alternano a colture ed erbacee, praterie, ginepreti e rade boscaglie), consente di avvicinarvisi gradualmente.

Una volta arrivati, si ha l’impressione di “entrare” letteramente in uno scorcio di spazio-tempo che i millenni hanno mantenuto intatto.

I calanchi tutt’intorno disegnano pizzi di sasso e roccia, sbalzi di terra e precipizi. Le pennellate boschive ritraggono grovigli bruni e verdi, mentre le terre scoscese – di volta in volta arate, seminate e raccolte – cibano e accolgono gli animali, da quelli selvatici e volatili a quelli (ben) allevati e accuditi.

E se anche sono sei gli habitat d’interesse segnalati [1], a un primo sguardo l’effetto è quello di un luogo identico a se stesso in ogni sua parte.

In un orizzonte tutt’intorno immobile – in cui raramente i trattori dei contadini arano la terra brulla, salendone e scendendone con perizia i pendii scoscesi – il silenzio è forse il marker più significativo dal punto di vista percettivo, in un habitat cui le stagioni stesse sembrano mutare solo minimamente grazie a un lieve, discreto cambio di colori del panorama.

Eppure, percepibile come in un’universo parallelo che qui sfiora il nostro, l’attività sotterranea del Pianeta si avverte non solo nel ribollio delle acque dei Barboj, ma anche nell’effetto di una terra che sembra “respirare” al di sotto di uno scheletro invisibile – eppure pulsante – su cui gli esseri viventi vivono e lavorano in superficie.

Il suo centro potrebbe essere individuato nel cuore dei Barboj, alle pendici delle colline. Dal punto di vista della sua evoluzione rispetto all’Uomo, lo Zunti testimonia che nel XVII secolo “fu abbandonata la finalità estrattiva per il sale da cucina.” (…) “Negli anni passati, gli abitanti del paese e limitrofi ricorrevano ai fanghi dei barboj per curare i reumatismi ed artriti.”

L’attuale attività agricola e d’allevamento (non intensivo) tenta – sembra con successo – di garantire una buona sostenibilità alla “gestione di un agrosilvoecosistema abbastanza complesso ma sostanzialmente conciliabile con pratiche agricole diffuse”. Di recente è nato il Rural Festival, “un viaggio alla scoperta di prodotti di antiche razze animali e varietà vegetali, nato dall’impegno degli agricoltori e allevatori della zona per far conoscere un luogo votato alle biodiversità agricole e naturali”.

Non saprei che altro aggiungere, se non che io – di questo luogo – sono inamorata fin dal primo giorno che l’ho conosciuto e scoperto. E che mi sembra che – anche se per ora sembra addormentato e giacente – potrebbe d’un tratto svegliarsi, per muoversi e andare altrove…

… Speriamo non ora, magari, ma tra millenni 😉


[1]: “i quattro tipici dei terreni argillosi (arbusteti a ginepro del 5130, i due di prateria terofitica annua del 6220, termoxerofitica perenne del 6210 e umida del 6410, la prateria alofila continentale a Puccinellia del 1340 e un habitat forestale lungo i corsi d’acqua, con popolamenti a ontano, più un paio di interessanti habitat ad elofite”